I miei viaggi con Al-Qaeda di L. Tidhar

Qualcuno di voi ricorderà la recensione per il romanzo Wanted di Lavie Tidhar. All’inizio l’autore stesso ci spiegava come il romanzo fosse nato da un racconto breve, My travels with Al-Qaeda. Il racconto è rilasciato gratuitamente in lingua inglese a questo link, e ho pensato di tradurlo in italiano su questo blog. Se eravate indecisi, leggere questa storia può essere un modo per capire lo stile dell’autore. O un modo per passare qualche minuto in compagnia di una buona storia. Qualsiasi sia la ragione, buona lettura.

I miei viaggi con Al-Qaeda

di Lavie Tidhar

Traduzione di Sergio Vivaldi

Continuo a tornare alle zone del disastro:

Poeta come corrispondente di guerra, parole come proiettili traccianti

Che illuminano il cielo

Che si addossano memorie come uno zaino e marciano

Nei campi di battaglia del tempo.

Se potessi mostrarti

Ti porgo una poesia come un binocolo–

Parole come uno stormo di proiettili

Un orgoglio di artiglieria

Un branco di granate

Lampi di immagini residue dell’impatto che bruciano nella tua retina

Segni scarabocchiati dalla luce delle stelle e dai fuochi da campo e dalle stufe al kerosene

Poemi di semi oscurità permanente.

Ero a Dar-es-Salaam quando l’ambasciata americana esplose

E a Nairobi una settimana dopo

A guardare un cerchio di soldati keniani malnutriti che circondavano l’edificio

Come una cintura di castità intorno a una vergine che non era più innocente.

L’edificio, traumatizzato, collassato, deformato

Era finalmente riuscito a confondersi con i dintorni

Non più americano, era diventato semplicemente un altro sogno crollato,

A proprio agio nel condividere un poster spiegazzato con un ambulante di gratta e vinci

O un tassista

All’angolo della strada segnata dalle cicatrici.

Lior Tirosh1, L’ambasciata americana a Nairobi (1998)

Durante l’estate Dar-es-Salaam è persino meno attraente del solito: il caldo di agosto è accovacciato sui bassi edifici e chiazza di sudore le pagine delle copie della African Writers Series vendute dal carretto fuori dal hotel. Inchiostro nero macchia Il diavolo sulla croce2 di Ngugi wa Tiong’o; Alyson è seduta in una piccola sala da tè vicino la baia con una tazza di tè e latte e una scatola di fiammiferi che agita tra le dita. Sono le 10 e 44 del 7 agosto 1998.

Alyson è in preda alla nausea; ha vomitato prima nell’hotel, una sottile, pallida striscia di liquido che scorreva dai suoi denti al piccolo lavandino scheggiato. Ha la malaria, e il Lariam3 sta dando a entrambi sogni violenti e nitidi che ci lasciano lenti e impacciati al nostro risveglio. Lei prova a leggere, ma il libro scivola tra le sue dita e cade sul pavimento, disturbando la polvere. Sorseggia il tè e rabbrividisce nonostante il caldo.

Guardo il vecchio orologio appeso sopra la piccola porta della cucina; un vecchio cane con un orecchio solo dorme sotto di esso. Prendo i fiammiferi da Alyson e ne sfrego uno lungo il lato della scatola, mettendo una sigaretta Life del Malawi in bocca. La notte precedente ho sognato l’Icaro di Brueghel, il ragazzo che cade dal cielo mentre tutto intorno a lui si allontana: nel mio sogno la caduta è silenziosa e la faccia del ragazzo è piena di gioia come un bungee-jumper alle cascate Vittoria. Io e Alyson siamo lì a guardare la caduta insieme, tenendoci per mano sulla riva, e riconosco il posto immediatamente: è la baia di Dar e la nave che salpa lentamente è il traghetto per Zanzibar, goffo e sgraziato come una scrofa.

L’orologio ticchetta, e sono le 10 e 45. Da qualche parte, distante, un’auto esplode e persone muoiono.

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KHALID SALEH (Figlio del manager, Hilltop Hotel, Nairobi):

Sapete, questo posto è come una stazione ferroviaria. La gente va e viene. Non ho visto nessuno di loro. È un posto molto affollato, e sicuramente lo avrete notato. Di solito il servizio di pulizia e lavanderia passa tutti i giorni. Non permettiamo alle persone di lasciare l’hotel con le chiavi, quindi se c’era qualcuno che stava assemblando una bomba qui dentro, non poteva essere fatto in questo hotel, assolutamente no, (sono sicuro al) cento per cento.

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Come una stazione ferroviaria… Forse tutto comincia, se mai comincia, a Londra, nel luglio del 2005, quando Alyson va al lavoro a Farringdon, passando per King’s Cross.

Sto dormendo mentre Alyson è sul treno. Sogno dell’Hilltop Hotel, del letto singolo su cui siamo distesi, delle nostre facce vicine, dell’odore di patchouli di Alyson. Sogno che in nella stanza confinante uno degli attentatori sta dormendo. È disteso sulla schiena nel piccolo letto e sogna di essere a Londra, a prendere un affollato treno per pendolari, mentre pensa agli affari suoi attraverso King’s Cross. Si gira nel sonno, fa un rumore come se stesse mangiando che non oltrepassa il muro che ci separa.

Io e Alyson ci baciamo. Lei chiude gli occhi mentre succede. Mi addormento con un braccio intorno a lei e sogno che lei sale sul treno. È il 7 luglio 2005 a Londra. È il 7 luglio 1998 a Nairobi.

Per qualche ragione, siamo incastrati tra queste due estati, e le stagioni sono sospese.

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Alyson arriva a Nairobi da Londra all’inizio dell’estate. La notte copre l’asfalto come se provasse – o così le sembra in quel momento, il passaggio da Europa ad Africa ha appena iniziato la sua metamorfosi – a nascondere i difetti della città, le sue strade spaccate, i suoi colori scheggiati, sedili della Cola impolverati e borseggiatori. Prende un taxi nero (ricorda di aver pensato quanto sembrava strano, vedere un taxi londinese in un posto del genere e di essersi chiesta come ci sia finito) per il centro di Nairobi, dove il taxi si ferma appena fuori l’hotel. Il nome del guidatore è Martin Ayub; Alyson lo ringrazia mentre paga e lui le sorride prima di andare. Alyson mette in spalla il suo zainetto, entra e paga per una stanza singola all’Hilltop Hotel.

La stanza ha una vista della strada fuori: distesa sul letto vede un escursionista bianco con lunghi rasta color biondo sporco comprare un gratta e vinci. Sta fumando una sigaretta mentre tiene una moneta tra le dita che luccica sotto la luce dei lampioni. Chiaramente senza successo, butta il biglietto per terra, si gira, solleva la testa e i loro occhi si incontrano.

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Guardo in alto e vedo la ragazza alla finestra. Ha occhi grandi che sembrano delicati contro la luce violenta dei lampioni.

Ci incontriamo di nuovo a colazione nella logora sala da pranzo dell’hotel. Ci sono altre persone lì: forse, credo, una di loro è Mohamed Rashed Daoud Al-Owhali, o Mohammed Odeh, o Wadih el Hage, o Khalfan Khamis Mohamed: devo averli visti, forse solo un saluto, mentre passo davanti alla stanza 102 o 107, ma se è successo, non lo saprò mai. Sembrano gocciolare tra le nostre vite senza lasciare macchie, filtrando innocuamente attraverso questo luogo di giovani escursionisti e uomini d’affari in rovina.

Alyson e io parliamo. Da dove vieni? Dove sei stato prima di Nairobi? Dove stai andando?

Mombasa, rispondiamo entrambi all’ultima domanda, e sorridiamo, e le nostre mani si toccano tra il mio caffè e il suo tè.

Lasciamo l’hotel due giorni più tardi, e scompariamo come condensa su un vetro che si asciuga, evaporando senza lasciare traccie. Come terroristi.

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Nel mio hotel a Tel Aviv nel 2004 penso ai terroristi mentre guardo al piccolo volume in copertina rigida senza sovracoperta che compro in un negozio su Dizengoff Street. È un libro di poesia dall’aspetto consumato, di uno scrittore israeliano che non ho mai sentito. Il suo nome è Lior Tirosh. Metto il libro in equilibrio sulla costa e lascio che si apra di sua volontà. Le pagine sanno dove sono state maggiormente lette, e il libro, Remnants of God, si apre a poche pagine dalla fine. Alyson è via, in vacanza con un’amica nel Sinai, a prendere il sole sulle coste del Mar Rosso. Io lavoro. Siamo stati lontani per una settimana.

Il libro si apre su una poesia dal titolo Cavi e carica, e la leggo mentre aspetto di addormentarmi, mentre Die Hard scorre silenziosamente sullo sfondo.

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Il posto dove ci siamo baciati per la prima volta

con ogni probabilità non esiste più

Distrutto dall’esercito, dalla polizia, da diverse organizzazioni terroristiche;

Non sono tornato a Gerusalemme per controllare.

Solo una panchina pubblica,

legno duro che si scalda nella luce morente come un vecchio gatto, che perde brandelli di vernice

una vista sul cimitero del Monte Zion

e, un po’ più vicino, un parco giochi per bambini.

Quando è giunta l’oscurità sedevamo come terroristi suicidi

le nostre labbra a contatto

come cavi e carica

in esplosione.

 #

Quella sera a Dar, Alyson vomita di nuovo in hotel, poi si distende accanto a me, il suo corpo esile tremante contro la mia schiena. Si addormenta lentamente, mentre io rimango sveglio e sento il richiamo del muezzin per la preghiera serale. Non abbiamo visto alcun giornale, sentito alcuna radio: siamo avvolti nella nostra miseria reciproca, un sogno malarico condiviso, e quando finalmente mi addormento lei mi sta aspettando. La sua faccia è pallida nella luce del sole morente, e la città alle nostre spalle è in rovina, alti minareti che filano tra loro una ragnatela spezzata di marciapiedi troppo sottili. Le grida del muezzin riverberano dentro il sogno, alzandosi dai minareti di questa città impossibile e senza nome. Forse questa è la base: mi sorprendo a cercare, sempre di più, una base, un punto di partenza, un livello zero. In arabo moderno la parola è Al-Qaeda: e mi domando cosa loro stiano cercando, e se mai lo troveranno.

Mi giro mentre ci penso, il vento improvvisamente freddo contro le mie braccia nude. Indosso una maglietta, e realizzo che è come una di quelle di cui Alyson mi ha parlato quando è tornata dall’Afghanistan: il simbolo della Nike, e sotto il disegno di un AK-47 e la scritta in arabo che dice, semplicemente, Osama.

C’è un faro un po’ più in basso lungo la riva, e mentre mi giro vedo la sua luce brillare fredda attraverso mura cristalline. C’è una figura in piedi sotto di essa, faccia nascosta da un cappuccio, vesti scosse dal vento, e per un momento sembra che la figura stia ballando.

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Sembriamo intrappolati nel sogno, e nel tempo. Si muove, non più in modo lineare ma lateralmente, e ne siamo trascinati, smistati come pedine di marmo su una scura tavola di Bawo4 intagliato, trascinati da momento a momento, tra le buche e le spaccature. Il tempo è diventato un video nel quale Clint Eastwood spara ai cattivi ancora e ancora, solo per vederli tornare ogni volta che il nastro viene riavvolto. E quei momenti, memorie congelate nell’ambra, ci definiscono, ci limitano. Dar, Nairobi, Ras-al-Shaitan, Kabul, Londra. Una litania di anni, un rosario di mesi, un Kaddish5 di numeri.

Li ricordiamo prima che succedano e nonostante questo continuiamo a essere rimbalzati tra loro, come se fossimo intrappolati in un flipper americano.

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Martin Ayub (Tassista di Nairobi):

Potevano assemblarla, sapendo che le persone qui non sanno molto di bombe. Vedete, la maggior parte delle persone qui sono meccanici e altre persone di questo tipo (di professioni). Quindi se le persone arrivano con delle bombe e cominciano ad assemblarle, nessuno saprebbe che quella è una bomba.

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L’estate è il tempo delle bombe. Siamo nel 2005 e gli americani sono ovunque dentro Kabul. Alyson è in Afghanistan per un corso con una ONG; la nostra telefonata è interrotta dagli elicotteri che volano sopra il suo hotel. Dopo che abbiamo parlato rimane da sola sul balcone di costruzione sovietica della sua stanza al Intercontinental. Da lassù, in alto sulle pendici della montagna, può vedere tutta Kabul distesa davanti a lei come un lenzuolo sporco. Osserva i mutilati spostarsi in giro grazie ad assi di legno, e i piccoli bambini di strada che hanno preso il controllo dell’economia cittadina. Ci sono circa quaranta gradi e il rubinetto dell’acqua calda nel bagno perde, trasformando l’aria in vapore. Alyson guarda Al-Jazeera sul vecchio televisore ingombrante messo sul cassettone, e Rambo. Più tardi, va giù al pranzo buffet vicino la piscina, dove un grosso americano, ben nutrito, prova ad abbordarla.

È il 16 di agosto. Mentre Alyson è seduta in hotel un elicottero si schianta vicino Herat e uccide diciassette spagnoli. Nel nord è il tempo della raccolta dei papaveri: i soldati sequestrano diverse tonnellate di oppio e le bruciano in un falò, e per un attimo sembra che tutti in Afghanistan siano storditi.

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È il 7 Ottobre 2004, e vorrei essere stordito. È tardi. Ho spento la televisione e il John McClane di Bruce Willis scompare proprio mentre sta per uccidere due terroristi. Sono in piedi alla finestra e guardo il profilo di Tel Aviv contro l’orizzonte e l’accenno di mare azzurro, e sento il traffico muoversi giù in strada. Sto pensando di prendere di nuovo in mano il libro quando il telefono squilla.

È mio padre. Accendo di nuovo la televisione. Bruce Willis è andato, al suo posto un notiziario. Immagini confuse e presentatori che urlano e nessuno sa esattamente cosa sta succedendo, tranne due cose: ci sono stati attacchi e bombe nel Sinai e non riesco a rintracciare Alyson.

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Ma lei è sempre lì: da Dar prendiamo il bus per tornare a Nairobi, e il lungo, caldo viaggio attraverso piccole strade fa addormentare entrambi.

Lei appoggia la testa nello spazio tra la mia spalla e il collo, il suo respiro caldo contro la mia pelle. Lei sogna, e nel sogno è sola su quella riva lontana e i minareti non ci sono più, distrutti e ridotti in polvere, e al loro posto c’è una città, di edifici bassi di pietra bianca e alberi. Nella spiaggia vuota brucia un falò, mandando fumi dolci e intossicanti nell’aria, e li respira e pensa a Osama.

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Vicino Ras-al-Shaitan, la Testa del Diavolo, Alyson è distesa su una stuoia impolverata sulla sabbia e guarda le stelle. Una ragazza vicino a lei prepara un Bob Marley da tre cartine King Size, gli dà una forma conica e strappa il mozzicone di carta dalla cima. La ragazza accende e passa la canna a Alyson. Non ha idea da dove venga la droga. Forse dall’Afghanistan.

Sente un tremito, così leggero che è possibile lo abbia solo immaginato, ma è seguito dal suono di sirene. Appena i turisti sulla spiaggia si alzano in piedi si ode il suono di un esplosione. Il fumo blu della ganja sale e si mescola al fumo nero-sporco che inizia ad alzarsi da un punto più basso della spiaggia, e la canna è saldata alle labbra di Alyson mentre si alza con gli altri. In quel momento lei si ricorda del sogno, della città rovinata sulla costa, l’uomo incappucciato avvolto dalle ombre. È Mr. Man. É Mistery Man. Per un momento le nubi dell’esplosione formano una faccia sorridente nell’oscurità, e stelle brillano attraverso i suoi occhi vuoti.

Altro fumo nero sale nel cielo mentre, un chilometro più in basso sulla spiaggia, un uomo si fa esplodere con un morbido rumore liquido, e persone muoiono.

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Le persone muoiono, prendi Yeats, o l’elogio funebre scritto per lui da Auden. È la morte davvero scura e fredda? Mi era sembrato, sembra a me adesso, mentre aspetto nell’hotel di Tel Aviv e sono in bus diretto a Nairobi e tengo la sua testa mentre vomita nella stanza di albergo a Dar, che la morte che abbiamo visto, la morte che vediamo, ancora e ancora mentre scaviamo attraverso il tempo, è calda e umida e marcia, il sole che batte senza pietà sui nostri corpi che si scuriscono e ci fa sgusciare fuori dai vestiti come baccelli di piselli o strati esterni di una cipolla. Quella morte, quella morte, viene sempre nel mezzo di una estate infinita, come un amico di famiglia non voluto che arriva inaspettatamente e rifiuta di andarsene. Alyson ricorda la vista dell’auto bruciata conficcata dentro il Taba Hilton Hotel sul lato egiziano del confine, e le due gambe abbronzate che spuntavano come due dita rovesciate dalla carcassa. Eteree, esistenti separatamente dal corpo, indegne di essere chiamate cadavere.

E lei pensa, inspiegabilmente, all’amore.

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Sono sempre lontano quando succedono. Sempre separato da lei, incapace di tenerla tra le braccia, incapace di condividere le sue fughe risicate. A Londra, sto dormendo mentre l’esplosione lacera la carrozza della metropolitana sulla Piccadilly, e nel Sinai sono lontano un Paese, aggrappato disperatamente a un telefono. In Dar e Nairobi, siamo solo turisti, quando arriviamo a Ras-al-Shaitan siamo partecipi

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Alyson mi guarda con le mani racchiuse intorno alla sua tazza di tè. Sono pallide sotto l’abbronzatura leggera di Zanzibar.

Guardo il vecchio orologio appeso sopra la piccola porta della cucina; un cane nero con un orecchio solo dorme sotto di esso. Prendo i fiammiferi da Alyson e ne sfrego uno lungo il lato della scatola, mettendo una sigaretta Life del Malawi in bocca.

Alyson mi guarda e pensa alla notte precedente, quando abbiamo fatto l’amore nel caldo fiacco e ci siamo addormentati sotto il lento ventilatore appeso al soffitto. Lei sogna di un ragazzo che cade dal cielo, e nel sogno la faccia del ragazzo è una maschera di terrore. Prova a concentrarsi sul ragazzo ma, con la logica dei sogni, vede un cavallo grattarsi contro un albero, e quando la sua attenzione ritorna al cielo il ragazzo è scomparso.

Guarda l’orologio sopra la porta della cucina.

L’orologio ticchetta, e sono le 10 e 45. Da qualche parte, distante, una macchina esplode e la nostra mezza vita comincia.

FINE

 

Note:

1 Lior Tirosh è il nome fittizio con cui Lavie Tidhar firma le poesie presenti all’interno delle sue opere di fiction.

2 Il romanzo non esiste in italiano, il titolo inglese è Devil on the Cross.

3 Medicina molto usata sia per la prevenzione che per la cura della malaria.

4 Gioco da tavolo diffuso soprattutto nelle zone di lingua Swahili noto con il nome di Bao. Bawo è il nome con cui è conosciuto in Malawi.

5 Il Kaddish è una delle più antiche forme di preghiera ebraiche.

1 riposte a I miei viaggi con Al-Qaeda di L. Tidhar

  1. Daniele 17/12/2013 alle 16:20 #

    Bel racconto, stile molto visionario e confuso.

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