Intervista a Fabio Stassi

Qualche mese fa, in occasione di un festival vicino Roma, avevo avuto modo di parlare con Fabio Stassi dell’Ultimo ballo di Charlot, ma, come avevo detto nella presentazione all’intervista, Sellerio aveva pubblicato già da alcuni mesi il suo nuovo romanzo, Come un respiro interrotto. Considerato quanto ho apprezzato i suoi romanzi, e vista la sua disponibilità, era solo questione di tempo prima che provassi a infastidirlo per un tempo imprecisato con alcune domande. Sì, io e Fabio Stassi ci troviamo a parlare sempre fuori tempo, in questo caso a distanza di un ann0 dalla pubblicazione di Come un respiro interrotto, ma è già un miglioramento rispetto alla volta precedente. Magari la prossima volta saremo in orario, chissà. Ma l’intervista è lunga, quindi, senza annoiarvi oltre…

stassi respiro

Sergio Vivaldi: Il romanzo inizia con questa frase: «Chi ti aveva sentita cantare diceva che davi a tutti la stessa sensazione: di mettere un piede nel vuoto. Una nota eri terra, e quella dopo spaesamento». L’immagine di Soledad evoca da subito un personaggio incompiuto, dotato di un enorme potenziale ma che non riusciamo mai a conoscere del tutto.

Fabio Stassi: Sì, è esattamente così. Il tema dichiarato già da queste righe è proprio la scomparsa e la mancanza, quello che abbiamo perduto. In realtà, questa storia racconta di persone che hanno perduto qualcosa e che alla fine si perdono a loro volta. Il suo modo di cantare è un modo di cantare la perdita e il suo talento è proprio quello di esprimere questo smottamento, questo non avere più i piedi per terra. Lei canta in ritardo, è una cantante che attacca i pezzi in lieve sfalsamento rispetto al tempo, come fanno i sudamericani, e tutto questo crea uno scompenso quasi cardiaco. Anche le canzoni sembrano non terminare, lei chiude senza cadere sulla nota tonica, i pezzi restano come sospesi. È come se questa musica non terminasse, è come se il suo modo di fare musica fosse un modo che lascia aperte le strade e le cose. E incompiuta è anche la sua vita privata perché lei non ha figli, non riconosce l’amore, passa da un uomo a un altro ma tutto sommato resta sola, com’è il suo nome.

SV: Sul suo nome fai un gioco di contrasti, voluto immagino, tra Soledad, che vuol dire solitudine, e Sole, che è il modo in cui la chiamano tutti. Di solito il simbolo del sole lo si associa a qualcosa di luminoso, e Sole brilla sul palco, però vive una solitudine interiore, che si rispecchia nella mancanza di un amore, di figli, del costruirsi una vita privata al di fuori della sua famiglia d’origine.

FS: Sì, assolutamente. Il contrasto tra la solarità e la condanna alla solitudine è voluto, ma mentre parliamo mi viene in mente un fatto curioso. Poco tempo fa ho ripreso in mano Il consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia, uno dei miei libri preferiti, una riflessione sulla storia, sul vero, sul fatto che la storia non esiste o è scritta dai potenti. E nel Consiglio d’Egitto ho trovato una frase che avevostassi consiglio sottolineato da ragazzo: «E così la vedeva, smarrita, per la casa silenziosa ed oscura, figura della soledad» che ricorda il capitolo del mio romanzo in cui Soledad si aggira nella casa vuota della sua infanzia. Poi Sciascia proseguiva: «come la Madonna che è nella chiesa degli spagnoli; noi la diciamo Addolorata, gli spagnoli dicono della soledad: per loro il dolore e il lutto sono solitudine». Forse quel passaggio di Sciascia è un lontanissimo germe di quella scena e di tutto il romanzo: a volte ci sono frasi che leggiamo da ragazzi e che ci portiamo dietro.

SV: Parlavi del cantare fuori tempo, in levare, e al primo concerto, quando Matteo incontra Soledad per la prima volta, lui è sorpreso da questo suo modo di cantare e si innamora di questa sua diversità, del suo modo di porsi. Si innamora di lei in quel momento.

FS: Sì, si innamora subito. In fondo, la chiave di lettura più semplice di questo romanzo, ma anche quella più vera, è la storia, incompiuta, del loro amore. Questa interpretazione si ricollega al tema della cecità, di cui parlo alla fine ma, in modo meno esplicito, anche durante tutto il libro. È il non saper vedere le cose, non saperle riconoscere, non saperle mettere a fuoco completamente, e questo riguarda due piani: da una parte c’è la Storia, l’incapacità per gli italiani di mettere a fuoco la nostra storia perché piena di oscurità, di verità incompiute, mozze; ma al tempo stesso questa incapacità storica, pubblica, ha una ricaduta nel privato, in una incapacità di mettere a fuoco anche nelle proprie vite i sentimenti più veri, le parole segrete. Noi siamo un popolo di reticenti, per il quale è difficile sentire, ascoltare, cantare e trovare la nota giusta, la nota vera.

SV: La famiglia di Soledad. Il modo corale in cui racconti le vicende private, quelle all’interno della casa di questa famiglia, unito al senso di incompiuto di cui parlavamo prima, mi ha ricordato molto Cent’anni di solitudine, mi ha dato le stesse sensazioni, soprattutto quando considero il senso di fallimento che pervade il romanzo. E si potrebbe fare un parallelo tra alcuni tuoi personaggi e quelli di Garcia Marquez, lo zapatero ricorda il primo Buendía, che diventa ossessionato dall’alchimia e si allontana dalla famiglia…

FS: …la nonna come Úrsula Iguarán, che era diventata così magra che passava attraverso i muri… Cent’anni di solitudine è stato uno dei romanzi più importanti in assoluto di tutta la mia giovinezza. Quando lo lessi fu una specie di delirio perché ci ritrovavo tantissime cose che avevo visto, che appartenevano anche a una sensibilità di un altro sud, quale poteva essere quello siciliano, ma che comunque era molto simile, visionario, addolorato, tragico anche. Grazie per averlo nominato, ma naturalmente Garcia Marquez è un gigante inarrivabile. Tuttavia è un parallelo curioso perché questo romanzo è stato il mio tentativo più estremo di realismo, non ci sono invenzioni come la Morte in Chaplin, però al tempo stesso avrei voluto esprimere questo alone di epica nostalgia e sono contento se la riconosci. È lì che lavora anche il grande realismo magico. La magia è nella nostalgia, per il resto Garcia Marquez è un realista.

SV: Nel romanzo racconti anche la rivoluzione giovanile del ’68, un altro fallimento, lo descrivi come tale in un capitolo nella seconda metà del libro, quando incontrano la loro ex professoressa ormai in pensione. In quelle pagine dai un’immagine molto particolare di un’Italia che è in movimento, che cerca di rivoluzionarsi ma che fallisce. Perché questa ambientazione? Sicuramente ha dei legami con il senso di nostalgia e di fallimento, di incompiuto che volevi dare a Soledad…

FS: Questo tema della rivoluzione fallita è un altro filone sotterraneo che sostiene tutte le storie. Io volevo raccontare questa storia come accade nel cinema, a volte, quando un personaggio viene raccontato dagli altri, da tante voci, da tante angolazioni diverse e quindi la narrazione diventa corale. Infatti nel libro ho usato la prima, la seconda e la terza persona, per cercare questo effetto polifonico, e ogni capitolo è in realtà un racconto a sé e aggiunge qualcosa, un’informazione, un dettaglio a quello che sappiamo di Soledad. Ma più cose sappiamo di lei e meno corporea lei sembra diventare, perché Soledad resta il personaggio più sfuggente, è come stassi trastevereun’onda sonora che lega tutte le storie e il simbolo di tutte queste sconfitte, o meglio, lei è la sconfitta.

In uno degli ultimi capitoli torna a Trastevere e trova una città che è cambiata, che è diventata disumana, – anche qui si è persa un’altra battaglia – una città che espelle e non accoglie più. Quando torna in questa città che non riconosce e si spoglia, noi vediamo una persona magra, avvizzita, vediamo una cicatrice. Soledad in qualche modo è una cicatrice di tutte queste sconfitte. Per me lei è un personaggio comunque dolente, direi non simpatico; non è un personaggio solare, a dispetto del suo nome, è intimo; racchiude tutte queste delusioni, che non sono confortate dall’amore, dalla famiglia, dai figli, mantengono il loro potere esplosivo intatto; ma Soledad è molto lucida quando arriva alla fine della sua vita.

Eppure, nonostante tutto questo discorso dell’incompiutezza, della mancanza, della sconfitta, della rivoluzione fallita, io non credo che questa storia sia una storia negativa o pessimista. Ho cercato di scrivere una storia vera, com’è la vita, dove non si vince e non si perde o almeno è molto difficile stabilirlo, ma dove Matteo, che rappresenta un po’ tutti noi, decide comunque di tornare. Lui fa una scelta, prende una decisione, sale sull’aereo e parte per cercarla nonostante sappia che probabilmente lei non si potrà più trovare, perché non si può più tornare nel passato.

Il centro di tutto è questo discorso sulla nostalgia. Cortázar diceva una cosa bellissima che mi piace ripetere, che dobbiamo “reimpadronirci del territorio della nostalgia”, ma non per tornare nel passato. Infatti Matteo dice «finalmente era troppo tardi per tutto». È troppo tardi per vincere una rivoluzione che ormai è passata, che appartiene a un altro secolo; è impossibile far rivivere quella città com’era negli anni ’60; è impossibile ripopolare una casa che è stata depredata di tutti i suoi mobili, che ha subito la ferita di uno sfratto; è impossibile far tornare in vita le voci, e questo è il dolore della nostalgia. Eppure, nonostante questo, Matteo sale su un aereo e prova a tornare.

L’avevo immaginato come un uomo che sta dall’altra parte del mondo, che se n’è andato, che ha perso tutto, a cui viene recapitata la notizia della scomparsa di questa amica, compagna, innamorata e cantante e decide di intraprendere questo viaggio a ritroso. In stassi americarealtà l’ultimo capitolo è il primo perché tutto il libro è costruito in maniera irregolare: sono ventisei capitoli, come le lettere dell’alfabeto, però è come se la A fosse alla ventiseiesima posizione. Volendo si potrebbe rimontare e se ne otterrebbe una progressione cronologica, ma io non ho voluto montarlo in una sequenza lineare dal presente al passato oppure dal passato verso il presente, ma ho mischiato completamente i tempi. Questo perché il tempo è anarchico, è disordinato, i ricordi non sono in ordine alfabetico, è tutto molto caotico, eppure all’interno di questo caos temporale, c’è la vita che abbiamo vissuto e proprio in questa confusione, piano piano, si delinea una specie di senso, di piccolo senso, di piccola cicatrice a forma di stella dietro un orecchio che la letteratura cerca sempre di scoprire.

Questo romanzo è stato come partire su una piccola zattera per affrontare un oceano che era molto più grande di me, non sapevo cosa avrei trovato, cosa avrei incontrato, non sapevo neanche cosa avrei scoperto, però è stata una grande, bella esperienza. Almeno, io intendo il romanzo come ricerca di un senso e quel senso lo devi scoprire insieme al lettore nell’atto di scrivere, non mi era chiaro prima. Avevo tutti gli argomenti, volevo parlare di tutte queste cose, volevo affrontarle. È stato difficile, è probabilmente il libro più complesso che ho fatto, e a un primo approccio può risultare molto ostico per queste difficoltà interiori. Però al tempo stesso per me la storia che mi ha coinvolto di più in assoluto.

SV: Su questo tema del ritorno, dell’interiorità, sul non essere un romanzo pessimista pur parlando di fallimenti, volevo chiederti da dove nasce questa tua necessità. Tu hai detto qualche secondo fa che volevi parlare di queste cose. Perché parlare di questi temi? Da dove nasce il bisogno di farlo?

FS: In parte perché ho sempre scritto di altri luoghi e di altri tempi. In realtà io credo negli universali, penso che si parli sempre delle stesse cose, quindi che ambienti una storia all’inizio del ‘900 in California o nell’Italia degli anni ’70, è sempre la stessa avventura umana che si prova a raccontare. Però, sentivo una specie di piccola responsabilità rispetto ad alcuni amici, rispetto ad alcune storie che avevamo vissuto insieme, che avevo visto e che avevo condiviso, ma anche di amici che ho perso, che sono partiti, che se ne sono andati, rispetto anche a una certa idea di musica o di letteratura che avevamo avuto a vent’anni. Ecco, in qualche modo volevo provare a esprimerla di nuovo, a cercare di ricordarmene. È stata una necessità anche del ricordo, forse, del cercare di capire da dove ero partito, qual era la ragione intima di tutto, compreso del desiderio di suonare o di scrivere. E la ragione intima forse è molto semplice, sta in un’idea anche infantile di relazioni umane che possano essere paritarie, libere, autonome, soddisfacenti, in un’idea dell’amicizia e dell’amore che si possono nutrire verso gli altri.

SV: Per l’ultima domanda sposto l’attenzione verso il futuro e ti chiedo se hai altri progetti, se hai qualche altra storia che vuoi raccontare, se ci stai pensando.

FS: Sì, ho tantissimi progetti, non uno solo, per fortuna. Probabilmente un libro come questo non credo che lo scriverò più perché condensa quasi mezzo secolo di esperienze. Nessun libro è ripetibile, ovviamente, e poi io voglio sempre cambiare, sono contento di averlo scritto ed è per me la felicità più grande, anche se i libri continuano a essere aperti, non so come dire, i personaggi continuano a porti domande anche dopo che hai terminato di scriverli. Adesso ci saranno cose anche diverse, voglio misurarmi con altri generi. Vorrei provare a vedere se sono capace di affrontare un racconto comico, per esempio, oppure uno di genere, non lo so. Ho diverse storie in mente, ne ho terminato un paio che sono picaresche e metaforiche, ma non so neppure se e quando usciranno, vedremo che succede. Intanto a maggio o giugno Sellerio ripubblica il primo romanzo che avevo scritto, Fumisteria, un piccolo giallo che parlava anche sullo sfondo della strage di Portella della Ginestra, e ne sono felice, il resto non è ancora deciso.

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