Intervista a Luigi De Pascalis

Scopro qualche mese fa che l’ultimo romanzo di Luigi De Pascalis, Il mantello di porpora, è candidato al premio Strega, e la mia prima reazione è: “De Pascalis? Un fantasy allo Strega? Non si vede una cosa simile dai tempi di Buzzati!!!” (ok, forse esagero, ammetto che non ho controllato). Corro a comprarlo e scopro di avere in mano un romanzo storico, genere a cui De Pascalis non è nuovo, una biografia dell’Imperatore Giuliano, passato alla storia come l’Apostata. Ben scritto, come al solito per De Pascalis, è difficile rimanere indifferenti al fascino della figura di Giuliano e questo libro ne fa un ritratto vivido. Ci penso un po’, come genere siamo fuori tema per questo blog, ma il romanzo mi piace e lui è uno degli scrittori che ha fatto la storia del Fantastico in Italia. Alla fine mi convinco a chiedergli un’intervista.

Mi trovo a Roma, so di una presentazione e decido di andare, nella speranza di strappare un’intervista. Non ho fortuna, troppe strette di mano, troppi saluti, abbiamo giusto il tempo di presentarci, manderò le domande via e-mail e lui mi risponderà allo stesso modo. Detto fatto, qualche giorno dopo ecco le sue risposte.

LUIGI DE PASCALIS

SV: Il mantello di porpora è la biografia romanzata dell’Imperatore Giuliano, vissuto nel IV secolo d.C., ma nell’introduzione fai riferimento ai giorni nostri, li confronti con l’epoca di cambiamenti di cui Giuliano è protagonista e paragoni la crisi che ha caratterizzato il IV secolo con quella che stiamo vivendo. Che legame vedi fra le due?

LDP: Molti. Come nel IV secolo d. C. viviamo in un periodo di profonda decadenza, prima di tutto di valori. Come allora la cosa comune è rapinata da chi si ritiene al di sopra della legge. Come allora le tasse massacrano i poveri, la macchina bellica costa troppo e serve a poco, le disuguaglianze sociali sono abissali, chi dovrebbe e potrebbe si disinteressa alla cosa pubblica e si concentra sull’accumulo delle ricchezze personali. E come allora le frontiere sono assediate da popoli spinti alla fuga da guerre e povertà. L’unica differenza è che l’imperatore di turno non risiede a Milano o a Treviri, ma a Bruxelles e a Berlino.

SV: Hai scelto di raccontare questa storia attraverso due manoscritti, uno di Evemero, schiavo libico e segretario particolare di Giuliano, l’altro di Mardonio, figlio illegittimo di Giuliano. Perché hai scelto Evemero e Mardonio come narratori?

mantelloLDP: Evemero è un personaggio storico. L’ho scelto perché, pur essendo stato il segretario di Giuliano, fu altro da lui. Questo mi ha permesso di prendere le distanze e di ragionare sul suo operato senza appesantire la narrazione. Mardonio, il figlio di Giuliano, è una mia invenzione e mi serviva a far capire cosa avvenne al passare di una sola generazione.

SV: Quella di Giuliano è una personalità complessa, quali fonti hai usato e quali difficoltà hai avuto per ricostruirla all’interno di un romanzo?

LDP: Ho cercato di attingere il più possibile alle opere di Giuliano stesso e dello storico Ammiano Marcellino, che lo conobbe e gli fu vicino. Ho volutamente tenuto in poco conto la storiografia cristiana. Una specie di risarcimento, dopo secoli e secoli di volontario e programmatico stravolgimento dei fatti.

SV: Nel primo manoscritto vediamo anche la personalità di Evemero, uno schiavo devoto, intelligente e istruito. Nelle tante situazioni paradossali in cui i protagonisti di questo romanzo si vengono a trovare, è l’unico che riesce a costruire una parvenza di famiglia felice, nonostante sia un eunuco. Un altro ribaltamento della normalità in un’epoca di grandi rovesciamenti o c’è qualche altro significato?

LDP: Evemero e Sophia sono due naufraghi, due sopravvissuti, uniti dall’amore per Giuliano e per suo figlio Mardonio più che per l’altro. Ma quante coppie stanno insieme per i figli o in memoria di un amore che non c’è più? Il matrimonio è una faccenda dannatamente complicata… in qualunque epoca!

SV: La figura di Mardonio è quasi opposta a quella di Giuliano: indeciso e confuso dove il padre era certo e sicuro, intraprende una strada complessa e molto oscura, le poche certezze che era riuscito a conquistare gli vengono strappate dalla realtà degli eventi di cui è protagonista e perde qualsiasi speranza o illusione. Sembra una rappresentazione di tante vittime della crisi attuale. Era questa l’idea quando hai pensato a questo personaggio?

LDP: Sì, era questa. Ma volevo anche che Mardonio, attraverso l’odio-amore per il padre, il costante disagio esistenziale e l’inutile attesa che il Dio cristiano gli parlasse, fosse la rappresentazione quasi plastica dell’abisso di silenzio in cui fu sprondata da allora l’umanità. Un silenzio che ancora dura…

SV: In molti tuoi libri si nota il tentativo di unire alla bontà del racconto anche una riflessione sulla società e la cultura contemporanea, indipendentemente dall’epoca in cui è ambientato il romanzo. In un certo senso mi ha ricordato il Fantastico e la Fantascienza degli anni ’70, anche se i temi da te trattati sono diversi. La letteratura di quegli anni è uno dei tuoi modelli?

LDP: Negli anni ’60 in Italia nacque una vera e propria corrente letteraria – quella del fantastico italiano – totalmente ignorata dalla nido fenicecritica di regime di allora e di oggi. Quella corrente letteraria che comprese decine di scrittori, pur non avendo espresso forse grandi personalità, ebbe il merito di raccontare storie originali ispirate dalla tradizione e dal folclore regionale italiano, nulla a che fare o quasi con ciò che di fantastico si scrive oggi da noi, che è totalmente a rimorchio della cultura e della macchina editoriale anglosassone. Un giorno o l’altro qualcuno si renderà conto di tutto ciò. Intanto posso dirti che la letteratura fantastica italiana di quegli anni non è il mio modello: sono anche io!

SV: Uno dei libri in cui questo tentativo è più evidente è Il nido della fenice: prendi alcuni dei temi sociali, economici e politici più controversi degli ultimi anni e li intrecci in un thriller ambientato nel futuro. La cosa che mi ha colpito di più è che gli eroi di questo racconto sono due sessantenni, particolare in controtendenza con un genere che di solito presenta protagonisti giovanissimi. Perché due pensionati come protagonisti? Sembra un paradosso in un mondo futuro e tecnologico come quello che hai creato.

LDP: L’umanità invecchia e il fantastico stesso invecchia. Il nido della fenice è ciò che vedo nel nostro futuro: disastri ambientali, frantumazioni politiche, flussi di migrazioni rovesciati, lavoratori umani divenuti ormai meno costosi delle macchine, esseri umani geneticamente modificati e… vecchi che, memori del passato, si rimboccano le maniche per difendere il presente e preparare il futuro. Il mio prossimo libro toccherà ancora questo argomento, ma in chiave metaforica più che fantastica e con altri protagonisti.

SV: A un secolo esatto dall’inizio della prima guerra mondiale, non può mancare un considerazione su La pazzia di Dio: un romanzo che ha un solo protagonista ma decine di personaggi e una narrazione corale. La vita di Andrea Sarra inizia nel paesino di San Rocco e si sviluppa nell’avvicinamento alla guerra, le sue conseguenze, l’influenza spagnola e l’avvento del fascismo. Sembri quasi pazzia dioriprendere la tesi de Il Gattopardo, che tutto deve cambiare perché rimanga uguale. Anche questa è una metafora dei giorni nostri?

LDP: Il Gattopardo è uno dei romanzi più belli e importanti del nostro Novecento ed ha avuto su di me grande influenza, assieme a Il deserto dei tartari. La mia scrittura sarebbe totalmente diversa se non ci fossero stati questi due libri. Detto ciò, qualunque cosa uno scrittore racconti è sempre metafora del suo tempo.

SV: Hai scritto molto nella tua carriera, sia nel fantastico che nel romanzo storico, due generi che hanno sempre avuto un legame molto forte, per quanto abbiano grosse differenze: nel romanzo storico la trama ha un finale già noto, visto che si narrano eventi realmente accaduti e quindi è più difficile sorprendere il lettore, ma allo stesso tempo non si racconta la Storia, si scrive comunque fiction. Tu hai mescolato spesso elementi dell’uno nell’altro, rompendo i canoni classici di entrambi i generi. Come vedi il rapporto tra romanzo fantastico e romanzo storico?

LDP: Nel romanzo storico la sorpresa e la fascinazione del lettore sono dovute all’interpretazione che della Storia dà il narratore magari attraverso personaggi di fantasia ma congruenti al periodo e alle vicende storiche narrate. Nel fantastico si è più liberi, forse, ma i pericoli dell’implausibilità e dell’incredibilità sono più alti. La corda non va mai tesa più del necessario. E’ una questione di equilibrio, direi.

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