Intervista a Fabio Stassi

Nel fine settimana del 25 e 26 ottobre a Nemi, famosissimo borgo nella zona dei castelli romani, si è tenuto il BiblioUp Festival, la prima edizione di un evento organizzato dalle biblioteche dei vari comuni della zona e Andrea Camilleri a fare da testimonial che, non potendo essere presente, ha voluto comunque mandare un video di saluto. Trovandomi a Roma, mi sono trasformato in blogger d’assalto, armato di un pericolosissimo smartphone, con il preciso intento di infastidire intervistare ogni scrittore che mi capitasse a tiro.

Fabio-StassiTra i vari ospiti era presente Fabio Stassi, per parlare del libro L’ultimo ballo di Charlot, pubblicato nel 2012 per i tipi di Sellerio. La presentazione, davvero notevole, dura due ore, durante la quale l’autore, in coppia con Luca Piermarteri, regista e professore di Storia del cinema, parla di Charlie Chaplin, e alle parole si alternano foto e video dei suoi film. Data la pubblicazione del suo nuovo libro, Come un respiro interrotto, pubblicato sempre per i tipi di Sellerio, non so quando capiterà una nuova presentazione dell‘Ultimo ballo di Charlot, ma se vi dovesse capitare è davvero una bella esperienza.

Alla fine della lunga maratona, Fabio Stassi si è dimostrato gentilissimo, e si è fermato per rispondere a qualche domanda, cosa affatto scontata. Ecco quindi la nostra conversazione:

fabio stassi

Sergio Vivaldi: L’ultimo ballo di Charlot è una biografia romanzata, cioè una biografia che mescola eventi veri e invenzione. Ho visto che molti hanno paragonato il romanzo a Big Fish di Daniel Wallace, perché anche lui immagina un padre che inserisce una serie di fatti assurdi e improbabili nel racconto della propria vita al figlio, come il tuo Chaplin. Durante la presentazione hai citato Osvaldo Soriano tra le tue fonti di ispirazione, anche Wallace era tra queste? In caso contrario, come hai avuto questa idea?

Fabio Stassi: In realtà avevo fatto qualcosa di simile nei due libri precedenti, e questo è l’ultimo libro di quella che io chiamo “una piccola trilogia delle Americhe”.

stassi carnevaleIl primo libro [È finito il nostro carnevale, 2007, Minimum Fax, ndr] è la storia inventata dell’uomo che aveva rubato la coppa Rimet, un evento realmente accaduto, un fatto su cui ho costruito una storia. Anche quella è una lunga lettera, una specie di testamento, di un uomo che ha attraversato il novecento, esattamente gli anni dei mondiali di calcio tra il ’30 e il ’70, i quarant’anni cuore del novecento, ha incontrato tutti i potenti della terra, vissuto tutte le rivoluzioni e i grandi cambiamenti di quegli anni e conosciuto anche personaggi dei romanzi: diventa amico di Hemingway, incontra Vinicius de Moraes, è presente quando viene composta Garota de Ipanema, incontra l’ispettore Maigret. Questo è anche l’insegnamento di Osvaldo Soriano: l’estrema libertà della fantasia nello scrivere.

Il secondo romanzo [La rivincita di Capablanca, 2008, Minumum Fax, ndr] parla di Capablanca, una figura realmente esistita, campione del mondo di scacchi, cubano, anche lui attraversa il novecento, e arriva a giocare una partita a scacchi, che ho inventato, contro Stalin, che termina in stallo. Curiosamente, ho trovato su internet le mosse di questa partita, come se fosse stata realmente giocata…

SV: Come se qualcuno avesse deciso di giocarla davvero…

FS: Qualcuno ha inventato sulla mia invenzione, sì. Capablanca era davvero amato in Russia, era anche stato a Mosca. Anche in questo caso mi ero esercitato sulla biografia di una persona, inventando nei buchi vuoti ma anche cambiando la prospettiva. Credo che se si vuole raccontare un personaggio, non si possono raccontare le cose così come sono andate, la letteratura non funziona così,stassi capablanca per questo gli scrittori non sono storici. Da giovane sognavo di fare lo storico, ho studiato storia, mi sono laureato in storia, ma dico sempre che ho studiato storia per tradirla. La letteratura non cerca una verità storica ma cerca una verità intima di un personaggio o di un periodo storico. In questi tre libri mi sono misurato con il novecento volevo raccontarne la storia, ma non da un punto di vista storico, da un punto di vista più segreto, più intimo, più nascosto, dal punto di vista di persone che avevano un talento. Mi ha sempre colpito la questione del talento. Il momento in cui il talento appare, si mostra, è determinante nella vita degli uomini, anche quando è un piccolo talento.

Sono arrivato a Chaplin dopo aver fatto queste prove, e, in mezzo a questi due romanzi, avevo anche scritto un dizionario di personaggi di romanzo [Holden, Lolita, Zivago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999), 2010, Minimum Fax, ndr] in cui facevo parlare duecento personaggi in prima persona. Non è il lavoro di un critico ma una finzione sulla finzione, lo considero un libro narrativo. Per esempio, in una pagina faccio raccontare al Dottor Zivago la sua storia, lo stesso a stassi fabioLolita, e così via. Per me è stato uno straordinario esercizio mimetico, simulare le voci di personaggi che non mi appartenevano, ma in cui io incontravo qualcosa di me, perché tutti incontriamo qualcosa nei personaggi che leggiamo o che amiamo.

Grazie a quell’esercizio mi sono a un certo punto sentito pronto, anche se non si è mai pronti, e ho provato a dare la voce in prima persona a Charlie Chaplin. Lui è un’altra figura che ha attraversato il novecento, almeno la prima parte del novecento, da un punto di vista artistico ma anche politico, perché si schiera sempre. Per esempio è il primo che fa un film contro Hitler [Il grande dittatore, ndr], nel 1940, e si prende il lusso di deridere il potere al massimo grado in quel momento, cioè il nazismo, e quel film è anche l’ultima volta in cui compare il personaggio di Charlot, quando ruba il microfono a Hitler e fa un discorso all’umanità, un discorso che può apparire anche sentimentale, ma è pieno di generosità e di fiducia nell’uomo, nelle possibilità, nel talento dell’uomo. Il film si chiude con quel discorso, ma noi possiamo immaginare che dopo torna la realtà e che l’esercito di Hitler abbia catturato quest’uomo e lo abbia deportato. Di fatto, Charlot conclude la sua esistenza quando compare nella più grande tragedia del novecento, cioè in un campo di sterminio.

SV: L’attenzione tende sempre a concentrarsi sul personaggio di Charlie Chaplin, per ovvi motivi, ma l’altro personaggio principale è la Morte, che fa una scommessa con lui: se riuscirà a farla ridere, la Morte in cambio gli donerà un altro anno di vita. È un rovesciamento, perché pur essendo la morte inevitabile per definizione, lui riesce a ritardare questo evento.

FS: Sì, perché è come se la Morte incontrasse l’uomo che credeva di più nella vita. Lo si vede anche in quello spezzone di Luci della ribalta che abbiamo visto durante la presentazione, lui lancia sempre questo inno alla vita, al vivere nonostante tutto, all’avere il coraggio di osare, di credere nella vita, ed è una Morte, in qualche modo più umana, se così si può dire. La Morte che ho immaginato è una Morte che balla con lui, fanno quasi uno sketch insieme, è una Morte che lo prende in giro, quasi complice alla fine, così tanto che nel penultimo dialogo Chaplin cade, sbatte la testa e muore, ma la Morte si rifiuta di prenderlo, e gli regala un altro anno. È una Morte che conosce il sentimento della pietà, ed è la Morte che alla fine decide di donare a lui, ma a tutto il genere umano, una memoria in movimento, ed è curioso il rapporto che si crea tra loro due. Ma alla fine, è soprattutto una Morte che ride.

SV: Mentre ancora cercavo informazioni sul libro, nel leggere la sinossi, ho fatto un collegamento con un altro libro, che mi aspettavo venisse citato e invece non è stato fatto: Le intermittenze della Morte di José Saramago. Ancora più strano, ho scoperto solo in seguito che tu hai un legame particolare con il Sudamerica.

FS: Ti ringrazio tantissimo, perché non potevi fare un’analogia per me più ricca di significato, Saramago è stato uno degli scrittori che mi ha influenzato di più in assoluto. Il titolo, Le intermittenze della Morte, è un ricalco del titolo del primo libro di Alla ricerca del stassi saramagotempo perduto di Proust, Le intermittenze del cuore. Era sempre un discorso sul ricordo, sulla memoria che ritorna.

Saramago sogna che si smette di morire, ed è un libro di grande critica, perché la morte è stata estromessa dal nostro tempo, dalla nostra società, la morte dà fastidio, si muore in fretta e tutti i segni del lutto scompaiono, mentre in passato si portava il lutto, si faceva la veglia funebre, mentre oggi si muore in due giorni e tutto finisce, perché la vita va a una velocità supersonica. È come se non si debba morire, come se la morte fosse uno scandalo, non è consentito morire nella società del lusso, del benessere, dell’edonismo, del piacere, della ricchezza e del lucro. La morte invece fa parte dell’esperienza umana, anzi, fonda l’esperienza umana. Ricordo ancora la prima morte nella mia vita, la mia bisnonna, e mio padre insistette perché io andassi, perché i bambini conoscessero la morte, sapessero che esiste, che la morte c’è. Nel romanzo, la lettera che Chaplin scrive al figlio, ancora troppo piccolo per vederlo morire, è proprio il tentativo di addolcirgli la sua morte, la sua scomparsa, in qualche modo di educarlo a quel destino di separazione che hanno gli esseri umani. L’esperienza umana è un destino di separazione, ci si separa dalle cose a cui vogliamo bene, dalle persone a cui vogliamo bene, e quando va bene muoiono prima i vecchi e poi i giovani. È doloroso, e nonostante questo Chaplin dice che bisogna vivere, che bisogna continuare a desiderare di vivere, nonostante ci sia la morte, e quindi la scommessa più difficile è con la morte. Ecco, Saramago per me è stato fondamentale da tutti i punti di vista, arrivai a invitarlo nella mia biblioteca, ci fu anche uno scambio di fax ma fu impossibile organizzare il tutto. Vinse il Nobel pochi anni dopo.

SV: Ultima domanda: i diritti di questo libro sono stati comprati per l’estero ancora prima che uscisse in Italia. La cosa ti ha un po’ sorpreso?

FS: È incredibile, non ci credevo. Ricevevo queste telefonate settimanali dal mio editore dicendo che un altro paese lo aveva comprato, e continuano a comprarlo, sono arrivati a diciannove paesi, questa è la prova che ogni tanto i miracoli accadono. È stupefacente. Credo che sia merito dell’universalità della figura di Charlot, e anche del suo essere fuori tempo e fuori luogo…

SV: …Di come lui sia sempre rovesciato, come dicevi durante la presentazione, come riesca a essere eterno…

FS: Esatto. Oggi ho ricevuto una cartolina dalla Lituania dove mi si dice che il libro è disponibile in tutte le librerie di Vilnius. È una di quelle cose che accadono…

SV: Grazie, ti ho rubato fin troppo tempo.

FS: Figurati, grazie a te.

L’ultimo saluto lo lascio a Charlot, con uno spezzone dal film forse  più voluto da Chaplin ma anche tra i meno noti, anche perché Chaplin non ne parlò nella sua autobiografia, Il Circo.

I comment sono chiusi.

Designed by arosedesign