Intervista a Fiammetta Iovine

ArgonautiLetteratura e alchimia, alchimia e letteratura. Due argomenti da sempre uniti e che hanno visto autori più o meno importanti nel corso della storia intrecciare contenuti dell’una nell’altra. Shakespeare arrivò a dedicare il personaggio di Prospero della Tempesta a John Dee, alchimista suo contemporaneo, consigliere e ambasciatore della regina. Qualche secolo più tardi si arriva a Mary Shelley e al suo Frankenstein ricco di rimandi all’alchimia, e un altro grande scrittore, W. B. Yates, aveva profondi interessi di occultismo, misticismo, alchimia e altro ancora, e tra i suoi scritti si trova la Rosa Alchemica, un volume dedicato proprio a questi temi. E ancora, molti dei racconti di H. P. Lovecraft utilizzano elementi di alchimia, e anche J. L. Borges si lasciò tentare da questi temi in un racconto, La rosa di Paracelso (non uno dei più memorabili).

Esistono, ovviamente, autori più recenti che hanno inserito questi temi nei loro racconti, in Cent’anni di solitudine di G. Garcia Marquez il primo Buendìa si dedica all’alchimia, anche se con scarso successo ed esclusivamente per ragioni di lucro, o in tempi più recenti e con contenuti più pop, si pensi al grande successo avuto dall’Alchimista di Coelho (per ragioni a me inspiegabili, considerato la validità letteraria del prodotto).

Nel contesto del fantastico si trovano molti rimandi all’alchimia e alcuni personaggi, figure di alchimisti particolarmente rilevanti e realmente esistite come Nicholas Flamel, John Dee, il Conte di Saint Germain, figure divenute leggendarie nell’immaginario popolare, hanno trovato un ruolo particolare. Per esempio, J. K. Rowling affida a Nicholas Flamel la paternità della pietra filosofale nel primo romanzo di Harry Potter, e Michael Scott ha scritto una serie dedicata alla stessa figura e a quella di John Dee (I segreti di NicholasArgonauti Flamel, l’immortale, portata in Italia da Mondadori). Negli ultimi anni l’alchimia è divenuta popolare anche nel mondo dei manga e dell’animazione giapponese con Full Metal Alchemist, fumetto scritto e illustrato dal mangaka Hiromu Arakawa.

Si potrebbe andare avanti, e la lista di nomi e opere sarebbe molto lunga, ma quello che tutti questi titoli hanno in comune è il modo in cui il concetto di alchimia viene distorto e i suoi praticanti trasformati in una sorta di maghi o ciarlatani. La vera alchimia era una scienza e una filosofia con principi molto chiari e i cui obiettivi erano molto diversi da quelli proposti, per motivi narrativi e scenografici, in questi racconti. È qualcosa che l’alchimia ha fatto a sé stessa, come vedremo in questa intervista a Fiammetta Iovine, ricercatrice nei campi dell’alchimia, dell’ermetismo e del Rosacrucianesimo e autrice di due libri, La bugia dell’alchimista (La Lepre Edizioni, 2013) romanzo pubblicato con lo pseudonimo Jason d’Argot, e Gli Argonauti a Roma (La Lepre Edizioni, 2014), saggio basato su un manoscritto completato nei primissimi anni del settecento, i Dialoghi Eruditi, ad opera di un abate ravennate, Giuseppe Giusto Guaccimanni. Nelle sue ricerche, Fiammetta Iovine si è concentrata in modo particolare sulla figura del Marchese Massimiliano Palombara, membro della nobiltà romana del seicento, e sulla Porta Magica, struttura disegnata e commissionata dal Marchese stesso e visibile ancora oggi in Piazza Vittorio Emanuele II a Roma ma che un tempo si trovava a Villa Palombara, sul colle Esquilino, oggi distrutta. Ho avuto modo di incontrare l’autrice e di scambiare qualche parola con lei proprio sul ruolo dell’alchimia in letteratura durante l’estate, e proprio in quella occasione è nata l’idea di raccontare, per parafrasare un famoso titolo, di cosa dovremmo parlare quando parliamo di alchimia. Ci siamo incontrati di nuovo alcuni giorni fa, davanti a un caffè, per una chiacchierata, qui sotto trovate il risultato.

Argonauti

Sergio Vivaldi: Finora hai scritto due libri, il primo è un romanzo, La Bugia dell’alchimista, il secondo questo saggio, Gli Argonauti a Roma, appena uscito per i tipi della Lepre. C’è un filo conduttore tra i due, cioè il Marchese Massimiliano Palombara e la Porta Magica di Piazza Vittorio Emanuele II, quindi la prima domanda è ovvia: da dove nasce questo interesse verso il Marchese Palombara e verso la Porta Magica?

La Porta Magica nella sua attuale posizione in Piazza Vittorio Emanuele II a Roma

La Porta Magica nella sua attuale posizione in Piazza Vittorio Emanuele II a Roma

Fiammetta Iovine: È un interesse che nasce tanti anni fa. Quando ero bambina mi sono imbattuta nella Porta Magica, in casa mia c’erano tanti libri che riguardavano la storia di Roma, anche la storia della Roma segreta, e mi ero interessata, ma all’epoca mi limitavo solo a guardare le figure. Ho di nuovo incontrato la Porta Magica al liceo, il mio professore di filosofia aveva una passione per questo oggetto misterioso che si trova in Piazza Vittorio Emanuele II, me ne parlò, nella Bugia dell’alchimista ci sono alcuni cenni autobiografici, usciti da un convegno sul neoplatonismo al quale eravamo stati. Per la seconda volta ho avuto l’impressione di dovermene in qualche modo occupare, che questa Porta Mgica mi chiamasse, però ho voltato la testa dall’altra parte (ride), come succede agli appuntamenti importanti della vita. In realtà non mi sentivo pronta, c’era qualcosa che mi attirava, mi portava lì, ma nello stesso tempo non mi sentivo ancora strutturata abbastanza per affrontarla. Ne ho sentito ancora parlare molti anni dopo, infatti al termine della Bugia dell’alchimista ringrazio Lorenzo Ostuni, perché fu un colloquio con lui ad avviare questo percorso. Ricordo che parlammo di Cristina di Svezia e di Massimiliano Palombara, io gli chiesi se lui sapeva se Palombara avesse mai scritto qualcosa. Lui mi disse “Non lo so”. Non mi potevo accontentare di questa riposta, e dopo qualche ricerca ho visto che Palombara aveva firmato due opere [entrambe intitolate La Bugia, ndr], ma il problema è recuperare tutto quello che io penso abbia scritto e non ci è pervenuto, un altro elemento del Marchese da considerare. Non c’è tanto perché credo che abbia nascosto abilmente le sue tracce.

SV: Hai nominato un attimo fa Cristina di Svezia, è stata una figura particolare. Il suo arrivo a Roma fu uno scandalo e a Roma lei stessa diede scandalo, visto che fece da madrina a tutto il movimento di filosofia ermetica della seconda metà del ‘600. Come inquadri questa figura con il Marchese Palombara e con il ‘600 romano?

FI: Non credo che Cristina di Svezia sia stata l’iniziatrice, come alcuni studiosi ritengono, del circolo ermetico romano, io credo che lei sia arrivata a Roma perché esisteva un circolo ermetico romano e lei ne era a conoscenza. Lei aveva dei contatti di un certo livello e sapeva, per esempio, che a Roma c’era questa Accademia degli Umorisiti, di cui aveva sentito parlare. È una questione che viene

Cristina di Svezia in un dipiinto di Sèbastien Bourdon, 1653

Cristina di Svezia in un dipiinto di Sèbastien Bourdon, 1653

approfondita direi piuttosto bene negli Argonauti a Roma, dove si traccia un profilo di questa Accademia, anche questa poco conosciuta, ma che in realtà sembra essere stata custode di una tradizione ermetica piuttosto importate. L’Accademia venne fondata agli inizi del ‘600, ecco perché dico che c’era già qualcosa. Cristina di Svezia secondo me arriva cercando questo qualcosa e volendo attingere all’origine di una tradizione ermetica che probabilmente in Italia sentiva ancora viva, più vicina all’origine egizia, in qualche modo. Al suo arrivo organizza un circolo di eruditi di primo piano, alcuni, tra l’altro, li incentiva anche finanziariamente, incoraggia, per esempio, accademie di tipo fisico matematico, come l’Accademia Fisico-Matematica fondata da Giovanni Giustino Ciampini nel 1677, è costantemente in contatto non solo con i filosofi ma anche con gli scienziati, l’amicizia con Athanasius Kircher è particolarmente indicativa, o quella con l’astronomo Cassini, al quale chiese di costruire un osservatorio astronomico nei giardini di Palazzo Riario. E poi, particolare non trascurabile, aveva fatto saccheggiare dalle sue truppe, durante la Guerra dei Trent’anni, la famosa biblioteca di Rodolfo II, imperatore alchimista, a Praga, impossessandosi di tutti i libri e gli strumenti alchemici che si trovavano lì. Quindi porta con sé una bella dote, anche se questa dote in realtà non arriva con lei nel dicembre del 1655, ma qualche anno dopo, e col tempo troverà la sua collocazione a Palazzo Riario quando vi si trasferirà negli anni ’60 del XVII secolo.

SV: Ecco, parlavi prima dell’Accademia degli Umoristi, una cosa che Cristina di Svezia trova a Roma è un circolo forse non così forte come quello che lei ha formato, ma comunque esistente e del quale facevano parte molte donne. Non ci si aspetterebbe la presenza di donne, erudite, scienziate, che si occupano di alchimia, nella Roma del ‘600, invece ne trova molte.

FI: È stata una sorpresa anche per me. Questo lo apprendiamo dai manoscritti dai quali è tratto Gli Argonauti a Roma, intitolati Dialoghi Eruditi, quattro tomi per circa duemilacinquecento pagine, opera di un abate ravennate, Giuseppe Giusto Guaccimanni. Gli ArgonautiArgonauti a Roma nasce dallo studio di questi manoscritti, lo studio preliminare, dovrei dire, perché è un’impresa enorme e ci sono tantissime altre cose da scoprire. Viene comunque alla luce che erano tante le donne, membri dell’aristocrazia, che avevano potuto studiare e si occupavano di alchimia. Questo mi ha lasciato molto sorpresa perché non lo sospettavo, si fanno dei nomi come quello della Marchesa Marianna Acciaioli, della Marchesa di Carmignano, della Marchesa Santinelli, una delle due figlie di Francesco Maria Santinelli, noto ermetista di primo piano, con molta probabilità membro della Rosacroce e Cameriere Maggiore di Cristina di Svezia. Poi ci sono tante altre donne, le Colonna, le Massimo, tante altre donne che partecipano e che, Giuseppe Giusto Guaccimanni ci dice, tenevano accademia segreta a Villa Palombara.

SV: Un’altra cosa molto evidente è il legame tra alchimia, filosofia ermetica e letteratura. Il manoscritto da cui è tratto Gli Argonauti a Roma è in forma di dialoghi, ma tanti scritti arrivano in forma di poesia o saggi all’interno dei quali sono nascosti insegnamenti alchemici. La stessa figura degli Argonauti è un riferimento al mito, e il Vello d’Oro è una metafora della Pietra Filosofale. Quindi c’è una diffusione, nell’Italia del ‘600, di questi insegnamenti alchemici attraverso la letteratura.

FI: In realtà la combinazione tra forma letteraria, prosa e poesia in particolare, ermetismo e alchimia era di molto precedente, perché le figure retoriche che si impiegano in poesia e in letteratura sono il velame che consente di nascondere meglio gli insegnamenti ermetici, dal momento che non si possono rivelare, perché, come si sa, gli arcani devono essere custoditi dal silenzio arpocratico, ma allo stesso tempo devono essere anche trasmessi. È un paradosso: devono essere trasmessi ma non dichiarati, non enunciati. Quello è il modo migliore per veicolarli. Si pensi anche alla poesia di questo periodo che è ricca, per esempio, di anagrammi, quasi come una settimana enigmistica, ma nascosti nei versi si trovano anche giochini, acrostici, tutte modalità che consentono di portare avanti un altro tipo di contenuto. Per quanto riguarda la poesia, quello che la prosa non può avere, è la musicalità. Nella poesia ci sono ritmi precisi, quindi numeri, c’è una matematica. Si pensi, per esempio, a un’opera famosissima come l’Atalanta Fugiens di Michael Maier, autore rosacrociano, dove si trovano testi, emblemi, ma anche poesie e “fughe”, cioè le poesie vengono messe in relazione con una fuga musicale, che fa subito pensare quanto la matematica, il ritmo e la geometria nella costruzione di queste opere abbiano una relazione diretta con l’opera alchemica.

SV: Infatti alcune delle citazioni presenti negli Argonauti a Roma sono terzine.

FI: Esatto. Tornando ai nostri Argonauti, pieno ‘600, si parla di versi italiani, e la cosa ci inorgoglisce molto. In appendice ho deciso di inserire le traduzioni in versi italiani di due testi alchemici importantissimi per chiunque si volesse occupare di alchimia, uno è La tavola di Smeraldo o Tavola Smaragdina e l’altro è il Testamento di Arnaldo di Villanova. Esistevano in latino, consultabili in diverse versioni, e i nostri Argonauti ne fanno una traduzione. Erano testi in prosa che vengono tradotti in versi italiani, e sono questi testi italiani a essere oggetto delle lezioni accademiche delle nobildonne di cui parlavamo prima. È uno sforzo importante,argonauti richiede una padronanza dell’argomento e una proprietà dei contenuti alchemici molto vasta per farne un testo in versi. Aggiungo in particolare che la Tavola Smaragdina viene tradotta in poesia da Giuseppe Giusto Guaccimanni, l’autore dei Dialoghi Eruditi. Sarebbe lecito chiedersi quale attendibilità abbiano queste terzine, chi ci assicura che il senso originale del testo è stato mantenuto. Guaccimanni sembra che abbia fatto questa operazione con Elena Piscopia Cornaro, la prima donna laureata nella storia, nel 1678 a Padova, una donna coltissima, eruditissima, leggeva l’ebraico, il greco, aveva avuto un’istruzione d’eccezione, ed era il punto di riferimento per questa traduzione.

SV: Parlavi prima del paradosso tra la necessità di trasmettere le conoscenze e allo stesso tempo non rivelarle perché, se mi passi il termine, l’illuminazione deve essere conseguita con le proprie forze. Giuseppe Giusto Guaccimanni fa un po’ di polemica con alcuni altri autori, penso ai Van Helmont e altri che compaiono nel libro, perché li accusava di aver reso queste conoscenze troppo contorte.

FI: Contorte, oscure, involute, mentre lui invece si fa campione della verità. Ovviamente non è una verità che può dichiarare, enunciare, non ci si poteva aspettare che all’interno di questi Dialoghi Eruditi si trovino le ricette alchemiche, perché questo sarebbe folle. Se ci fossero si dovrebbe immediatamente sospettare dell’alchimista che le propone perché sarebbe il primo a essere insincero e deontologicamente ed eticamente non conforme alla figura di alchimisti come quella di Massimiliano Palombara, che Guaccimanni pone come esempio in tutti i suoi Dialoghi. Guaccimanni è molto poco tenero con personaggi che hanno distorto in qualche modo gli insegnamenti alchemici. È d’accordo che devono essere in qualche modo veicolati in una forma che non risponde ai canoni di una comunicazione, perché è una trasmissione, non una comunicazione né un’informazione. Non si dichiarano gli arcani e non si enunciano, si nascondono. Ma nasconderli in maniera malevola e fraudolenta, come dice lui, cioè addirittura sviare le persone da quella che dovrebbe essere la retta via del percorso alchemico, questo è qualcosa che Guaccimanni davvero non può perdonare, quindi lui si arma in qualche modo della spada fiammeggiante dell’arcangelo Gabriele e li fa fuori uno dopo all’altro [il riferimento è a un episodio dei Dialoghi, il racconto di un duello che è allegoria e simbolo della critica di Guaccimanni a questi alchimisti, ndr]. Lui se la prende con i Van Helmont, padre e figlio, propagatori di questa assurda e ridicola fola dell’archeo, e poi con Basilio Valentino, ma argonautilimitatamente alle Dodici Chiavi, non al Carro Trionfale dell’Antimonio, che invece è un testo che lui licenzia. Nelle Dodici Chiavi se la prende con lui perché si parla del lupo, un’allegoria dell’antimonio, come se l’antimonio avesse qualcosa a che fare con l’alchimia. Evidentemente no. Ecco quindi in che senso Guaccimanni vuole farsi campione della verità: difendere tutti gli onesti aspiranti dalle trappole di personaggi che invece volevano far cadere sia gli onesti aspiranti sia un concetto onesto di alchimia perché la cosa importante, di cui Guaccimanni si accorge immediatamente, è che si era arrivati a condannare. Esistevano tanti cialtroni, i cosiddetti ‘soffiatori’ o ‘carbonari’ che facevano, appunto, un’alchimia di fornelli e carboni, che non è assolutamente quella che seguivano i veri alchimisti. Quindi da una parte i cialtroni, dall’altra i malevoli che volevano, una volta ottenuto la rivelazione, la sapienza, sviare in maniera proditoria tutti gli altri, finendo per far perdere di valore alla ricerca alchemica, tanto da danneggiare l’immagine pubblica degli alchimisti come Cristina di Svezia, che ci viene presentata molto amareggiata dall’atteggiamento della corte romana che evidentemente la additava come una pazza dedita a chimere, fantasie da nulla, ridicolaggini, mentre lei sapeva di fare tutt’altro e di perseguire tutt’altro nella sua vita.

SV: Mentre leggevo il libro mi veniva anche in mente che la scelta di impostare il manoscritto sotto forma di dialogo può essere un riferimento al modo in cui venivano proposti gli insegnamenti filosofici nell’epoca romana o greca, il dialogo socratico è il primo esempio ma ce ne sono tanti altri. Potrebbe essere un modo anche per dimostrare che è necessario tramandare le conoscenze nel modo giusto.

FI: Assolutamente sì, ancora nel ‘600 questa modalità era abbastanza comune, si pensi ai dialoghi di Giordano Bruno, o, per citare un alchimista di area rosacrociana che Guaccimanni cita spesso, al Cosmopolita. Esistono testi a lui attribuiti all’interno dei quali si trovano dialoghi tra alchimista e natura. La forma dialogica era sicuramente quella più adatta a stimolare una cooperazione da parte del lettore o dell’ascoltatore, se questi dialoghi venivano recitati e messi in scena, come anche poteva essere, e peraltro suppongo che fosse, una cooperazione che portasse ad avere un atteggiamento estremamente attivo nei confronti di questa materia e a sollecitare inargonauti qualche modo l’accensione della famosa fiammella dell’intelletto per comprendere certe verità.

SV: Da questi dialoghi si capisce anche che ci sono una serie di relazioni che probabilmente erano insospettabili prima per un certo tipo di critica storico-letteraria esistente in Italia, e che mostra in Roma una città estremamente viva da un punto di vista intellettuale e anche in relazione con accademie estere. Roma è quindi un luogo di rilevanza internazionale, di produzione di cultura, e in questo caso di filosofia ermetica.

FI: Che il ‘600 sia stato un secolo in qualche modo tutto confinato nei suoi stucchevoli barocchismi è un’idea che piano piano è stata messa in discussione, soprattutto in campo filosofico e scientifico, grazie alle accademie, l’Accademia Fisico-Matematica che citavo prima, l’Accademia del Cimento, e altre ancora, che avevano contatti con accademie scientifiche estere. L’errore che però si è fatto, o meglio la cosa che non si è voluta vedere e che Guaccimanni ci mette davanti agli occhi, e che non possiamo ignorare, è che le accademie scientifiche e filosofiche presenti fuori dall’Italia e in contatto con le nostre erano poi le stesse che parlavano di ermetismo e di alchimia, i circoli erano esattamente identici. La Royal Society, per esempio, non era soltanto un interlocutore per quanto riguarda le scoperte scientifiche o i progressi nel campo dell’anatomia, della natura, e così via. Lo stesso si può dire per l’Accademia Cesareo-Leopoldina dei Curiosi della Natura che aveva sede a Vienna. Gli interessi scientifici erano ben evidenti ma gli stessi personaggi che si occupavano di scienza, di ottica, di atomismo, di fisica, di anatomia delle piante e degli animali, che in questo periodo raggiungono dei vertici piuttosto importanti, erano poi gli stessi che si occupavano, bastava scansare un libro, con grande disinvoltura e naturalezza dei principi paracelsiani e discorrevano di come l’alchimia poteva essere utilizzata per fare da cornice a una filosofia della natura che si rapportasse con la creazione, col libro della Genesi, molto citato. Questo è davvero sorprendente e ci mette di fronte a un ‘600 inedito e in un certo senso inaudito. Non c’era la divisione tra le discipline che noi sperimentiamo adesso, scienze umane, scienze naturali, erano assolutamente contigue. Mi verrebbe da dire che la tradizione ermetica e l’alchimia in particolare, non lo dico solo perché me ne occupo io, avevano una sorta di primazia se non altro perché l’alchimia è una scienza, un’arte, una disciplina, chiamiamola come vogliamo, che si occupa proprio della creazione, tenta di riprodurre in laboratorio l’attimo della creazione, ed è quasi naturale che tutto quello che studia il creato viene dopo, ma non per questo l’alchimia può prescinderne. Sono modi diversi di raccontare la stessa esperienza, e l’universo si produce e si crea a ritmo di poesia e matematica, quindi numeri, rime, suoni, vibrazioni, atomi. Appare in maniera veramente clamorosa leggendo i Dialoghi del Guaccimanni, e questo è il mondo nel quale navigano e si muovono i nostri Argonanuti.

SV: Ultima riflessione: penso a come viene ripresa l’alchimia, per quanto in modo molto meno filosofico e inappropriato rispetto alla realtà dell’ermetismo, e come venga sempre associata ad atti di creazione pseudo-divina. Penso al Frankenstein di Mary Shelley o Il caso di Charles Dexter Ward di H.P. Lovecraft, c’è sempre un gesto di creazione o comunque un tentativo di riportare a una qualche forma di vita che è assolutamente innaturale, perché non nasce una nuova vita ma si genera vita in maniera argonautiartificiale, perché la ricerca alchemica è appunto ricerca di una creazione.

FI: Sì, l’alchimia segue le orme, le leggi della natura, ma in un certo senso va anche contro natura, perché, appropriandosi delle modalità con cui la natura opera, riesce anche a velocizzare certi processi naturali che avrebbero tempi più lunghi. Tu facevi degli esempi corretti, in quei racconti c’è l’idea di creare un essere, che sia il Frankenstein, ma penso anche alla leggenda ebraica del Golem. I richiami sono ovvi. L’alchimia cerca invece di risalire, in un certo senso, la catena dell’essere e di arrivare a quel primo ente, individuato ma non specificato e che quindi non è ancora né vegetale, né animale né minerale ma è potenzialmente tutto questo insieme e che proprio perché è individuato ma non ha ancora nessuna specifica forma né caratteristica può essere tutto. Può quindi anche essere impiegato per riportare la salute nei corpi, per trasmutare i metalli, che poi significa nient’altro che portarli alla loro massima salute, al loro massimo equilibrio. La differenza è che gli alchimisti leggono nei metalli che l’oro è molto più stabile del piombo, perché tutti gli elementi che lo compongono sono nel massimo rapporto di stabilità, quindi cuocendo, per usare un termine alchemico, il piombo a dovere, maturandolo, si potrebbe produrre l’oro. La fisica ha dimostrato che si può fare, purtroppo però il dispendio di energia necessario per compiere questa trasmutazione è tanto elevato da rendere antieconomico il processo. Quindi non è percorribile per quella via ma evidentemente questi signori avevano trovato altre strade, benché fosse altro l’oro di cui soprattutto si occupavano.

SV: Grazie per il tuo tempo.

FI: Grazie a te.

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