Intervista: Nora K. Jemisin

Premessa:

Ho contattato Nora K. Jemisin circa due settimane fa chiedendole se era disponibile a rispondere a qualche domanda per questo blog. Lei risponde e non solo mi permette di intervistarla, preferisce usare Skype, chiede se va bene anche per me. Io mi aspettavo di dover ricorrere alle email, con tutti i problemi di attesa che questo comporta. Le dico subito di sì. Nonostante la differenza di fuso orario fra l’Italia e New York abbia prolungato i tempi delle risposte, ci accordiamo per sabato 22 febbraio, appuntamento alle 22 circa (ora italiana), siamo entrambi un po’ malati quindi è perfetto.

Sapete che questo blog è piuttosto giovane, non sono abituato a intervistare scrittori, mai mi sarei aspettato di farlo a voce così presto. Non importa, la decisione di buttarsi è istintiva, conosco le regole, la necessità di essere professionale, tutta la teoria. Poi ti ritrovi a parlare di letteratura e di Fantastico con una delle tue scrittrici preferite e tutto quelle regole spariscono dalla testa come per magia. Nel momento in cui abbiamo cominciato a parlare, nonostante lo sforzo fatto da lei per mettermi a mio agio, mi sentivo come un liceale che non ha la più pallida idea di cosa significhi la domanda del professore. Il mio inglese fluido e agile di sempre si trasforma in un numero imbarazzante di balbettii ed esitazioni, a tranquillizzare il tutto arriva un problema con il software di registrazione della telefonata, e il risultato è questo

oltre a una serie di pensieri non ripetibili su queste pagine. Il problema si verifica dopo la prima domanda, lei pazienta, ha un colloquio su Skype con un alunna, risolvo il problema e ti contatto dopo. Niente registrazione della prima domanda, dobbiamo ripeterla. Si ricomincia e tutto fila liscio, tranne il mio inglese che non ha proprio voglia di tornare. A fine intervista mi scuserò con lei, mi risponde che si capiva la tensione e non mi devo preoccupare, il mio inglese è ottimo. Sarebbe tranquillizzante, ma ogni scrittore è un bugiardo di professione.

Questo per giustificare i file audio ridotti nei quali non sentirete (quasi) mai la mia voce. Inoltre, non tutta l’intervista è stata proposta in formato audio perché, come detto in precedenza, lei era malata al momento della nostra conversazione, le parti mancanti sono state tagliate per via delle inevitabili interferenze dovute al raffreddore con febbre dell’autrice.

Ah dimenticavo, se non conoscete i suoi libri, ne ho parlato qui e qui, qui invece trovate la traduzione parziale di un racconto scritto da N. K. Jemisin.

NKJ

L’intervista:

SV: Entrambe le serie portate in Italia si inseriscono nella tradizione del Fantastico e della Fantascienza con contenuti sociologici. Molti critici hanno paragonato i tuoi libri ai lavori di alcuni dei più importanti autori nel genere, tra cui Ursula K. LeGuin e Tanith Lee, autori a loro volta parte di questa tradizione. Quanto ti hanno influenzato questi autori e quanto la tua esperienza personale?

NKJ: Direi che le influenze derivano sia dalla lettura di Fantascienza e Fantastico sia dalla mia formazione professionale. Sono una psicologa e in particolare mi interessano le teorie della psicodinamica, anche se non uso queste teorie nel mio lavoro e mi affido alla psicologia sociale e comportamentale. Per esempio, nella serie Dreamblood (di cui La luna che uccide è il primo volume, ndr) sono presenti moltissimi riferimenti a Freud. Questo semplicemente perché penso che Freud sia interessante, Freud presenti molti problemi e quindi volevo filtrare tutto questo attraverso i miei mondi. A questo si aggiunge che adoro leggere libri di storia e sociologia per interesse personale. Per esempio, ho letto Armi, Acciaio e Malattie di Jared Diamond, non so se conosci questo titolo…

SV: Non lo conosco, no.

NKJ: Parla di come si formino le società, di come collassino, ha pubblicato un secondo libro dal titolo Collasso (titolo completo: Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, ndr), ho letto 1491 (titolo completo 1491: New Revelations of the Americas Before Columbus di C. C. Mann, ndr), un racconto molto interessante della storia americana precedente alla colonizzazione europea, parla di quanto fossero complesse e variegate le società di quell’epoca e di come la storia americana tenda a ignorare o zittire tutto questo. Queste sono cose che ho fatto perché mi interessavano ma, come dicevo, mi sono avvicinata alla fiction sociologica attraverso le letture di Octavia Butler, Ursula K. Le Guin e altre autrici simili. Ho notato che la Fantascienza tendeva a concentrarsi sul progresso tecnologico molto più che sul progresso delle persone e quando scrivo Fantascienza mi interessa proprio quello, mentre quando scrivo Fantasy mi interessa esplorare società alternative.

SV: Negli ultimi giorni leggevo Sulle rive del fiume Lex. Da dove nasce l’idea per quel racconto?

NKJ: Sulle rive del fiume Lex è basato su un altro saggio che ho letto dal titolo Il mondo senza di noi (scritto da Alan Weisman, ndr) ed è un altro esempio di come mi piaccia leggere di società alternative, come si formino, collassino, e in quel caso di come decadano le strutture di base della società, ma erano anche le persone, o le non-persone in quella storia, che mi interessavano, persone che vivono le conseguenze di un disastro, come si inizia a ricostruire, come si può trovare una ragione per ricostruire e andare avanti.

SV: Uno degli elementi che più mi ha colpito dei tuoi romanzi sono i personaggi: sono persone comuni, persone che ogni lettore potrebbe conoscere o incontrare nei luoghi di studio o di lavoro (e questo vale sia per i personaggi “buoni” che per i “cattivi”). Come crei questi personaggi? Come riesci a renderli così reali?

NKJ: Sono davvero contenta che tu li abbia trovati così reali ma sono spesso sorpresa da queste osservazioni perché tendo a scrivere personaggi che sono a-tipici, a-normali. Per esempio, nella serie Dreamblood, Ehiru è un sociopatico, è molto devoto e le sue azioni sono motivate, nella sua testa quello che fa è clemente e gentile, vede davvero le sue azioni in quel modo, la società le vede in quel modo, ma è anche brutale, spaventoso, implacabile e un po’ ossessivo, terrificante, è un fanatico religioso che non vuole o non può sentire ragione ed è probabile che uccida chiunque metta in discussione la sua fede, è una di quelle persone con cui non vorrei mai avere niente a che fare nella mia vita.

SV: A dire il vero nemmeno io, ma a volte si incontra questo tipo di persone, le persone a volte sembrano comportarsi così…

NKJ: Quello che mi piace fare è di prendere persone che sono straordinarie, persone che vengono normalmente viste come spaventose e cercare cosa le rende quello che sono e quando lo faccio non riesco a non renderle meno spaventose e più simpatiche, dipende dal personaggio… Yeine per esempio, alcune persone mi hanno chiesto in passato se avessi potuto scrivere I centomila regni in terza persona, e io lo avevo effettivamente scritto in terza persona, ma il risultato non mi piaceva quindi ho ricominciato e l’ho riscritto in prima persona. Yeine, descritta dall’esterno è una persona terribile, è fredda, impassibile, l’espressione del suo viso non cambia quasi mai, pugnala le persone per un nulla, tende a pianificare tranquillamente la morte di qualcuno e poi agire in quella direzione, non credo sia il tipo di personaggio con cui una persona si potrebbe identificare o sentirsi a proprio agio in un qualsiasi incontro senza sapere perché lei è così. Per questo credo che scrivere in prima persona ha funzionato bene in quel particolare contesto e perché in qualche occasione la userò di nuovo anche se non è la forma tipica o attesa per il Fantastico.

SV: Credo sia interessante che tu abbia costruito il personaggio di Yeine come una persona fredda e calcolatrice, ma in realtà sia… non la definirei emotiva ma impegnata a nascondere le proprie emozioni senza mai davvero riuscirci.

NKJ: Dipende dal modo in cui ho scelto di scrivere il personaggio, se lo avessi scritto in terza persona sarebbe riuscita [a nasconderle], ma poiché il lettore è dentro la sua testa e vede quanto è insicura, quanto è profondo il lutto per la madre e come è terrorizzata per tutta la durata del racconto a causa degli eventi fuori dal suo controllo che si sviluppano intorno a lei, o della sua rabbia per eventi che si verificano e che lei riconosce come ingiusti ma che non può fermare. Ho scelto di scriverla così perché fosse possibile simpatizzare con lei, perché fosse una persona che non doveva necessariamente piacere ma che potesse essere capita. Scriverla in questo modo è stata una scelta precisa, in contrapposizione alla terza persona che non avrebbe funzionato altrettanto bene per un personaggio tanto complesso.

SV: In entrambe le serie la storia si sviluppa intorno a due religioni molto differenti tra loro: ne I centomila regni vediamo le divinità mescolarsi con gli uomini, mentre in La luna che uccide i protagonisti sono i Servitori della Dea e il credo religioso è legge. Sembra che tu abbia preso spunto da un insieme di religioni, miti e culture diverse. Quali fonti hai usato per crearle?

NKJ: Per la maggior parte si tratta di fonti mitologiche e psicologiche. Ho sempre apprezzato la mitologia, l’ho letta per divertimento personale sin da bambina, erano miti [provenienti] da culture diverse, ovviamente a scuola la maggior parte erano miti greci e altri classici, ma crescendo ho cominciato a cercare oltre le mitologie tipiche della scuola e ho scoperto che ogni cultura ha una manciata di Dei, o un Dio, ha miti di creazione e così via. Trovo affascinate leggere miti di creazione, le storie e le cosmogonie di ogni cultura e osservare come si sovrappongano o confrontarle per capire da dove derivino. Una delle cose più interessanti che abbia mai fatto è stato andare a una presentazione su Carl Jung, uno dei fondatori della moderna psicoanalisi. Lui un giorno decise di creare la sua religione personale. Jung scrisse Il libro rosso, che è un tentativo di confrontarsi con l’induismo, i mandala e molti altri credi, i suoi sogni, e attraverso questi tentare di trovare una risposta al perché lui era qui, cosa significa tutto questo, tutte le domande a cui ogni religione tenta di rispondere. Non rimase soddisfatto delle risposte fornite dalla maggior parte delle religioni esistenti e quindi tentò di mettere insieme alcune risposte per sé stesso. Ho tentato di fare più o meno la stessa cosa con le religioni dei miei libri. Esistono elementi e archetipi comuni a tutte le religioni del mondo, quando si scava abbastanza a fondo tutte hanno la stessa struttura e ogni religione ha risposte per le domande “Da dove veniamo?”, “Che fine faremo?”, “Come siamo arrivati qui?”, “Cosa c’è che non va in noi?”. Le risposte sono tutte diverse, ma il fatto che vengano poste sempre le stesse domande è affascinante. Quando si crea una religione fantasy si possono trovare nuove risposte a queste domande e sembreranno plausibili semplicemente perché si stanno facendo le stesse domande che tutti si stanno ponendo.

SV: Entrambi i romanzi rientrano nella categoria del fantasy epico ma possono anche essere descritti come romanzi di formazione. Tanto nell’uno quanto nell’altro troviamo personaggi che devono crescere e diventare adulti, una figura da sempre centrale in tutta la tradizione narrativa del Fantastico e della Fantascienza che sembra essere diventata il modello di riferimento per parlare ai teenager. Personalmente credo che andrebbe riconosciuto uno spazio proprio ai romanzi per giovani adulti (YA), ma ho notato che si tende a sminuirne il ruolo. Qual è la tua opinione in proposito?

NKJ: L’ho notato anche io. Devo dire che non scrivo romanzi per giovani adulti (YA) e non conosco a fondo l’argomento ma trovo che la crescita del genere YA sia meravigliosa, davvero entusiasmante. Quando dici che il fantasy spesso include il bildungsroman, il giovane che diventa adulto nel corso del racconto, non è sempre così, la maggior parte del fantasy epico fa riferimento a The Hero’s Journey: Joseph Campbell on His Life & Work scritto da Joseph Campbell, se conosci l’autore, e non è sempre un ragazzo o un giovane, spesso lo è perché rappresenta un punto di partenza semplice e valido, ma se pensi a Il signore degli anelli, Frodo non è così giovane, era quasi un adulto all’interno della sua società, Bilbo era ancora più vecchio (il riferimento è a Lo Hobbit, ndr) quello che li contraddistingue non è tanto la necessità di crescere quanto il rispondere alla chiamata del destino.

Detto questo, credo che in entrambi i generi per adulti, Fantascienza e Fantastico, il fantasy epico e tutte le altre sue declinazioni, ci sia una mancanza di contenuti rivolti ai lettori più giovani, contenuti necessari a tutti noi per crescere. Ai tempi della vecchia Fantascienza molti contenuti erano rivolti a bambini, adolescenti e minori in genere, ma quando quel pubblico è cresciuto si sono staccati e hanno continuato a scrivere per un pubblico più adulto, senza che le nuove generazioni abbiano preso il loro posto, e quindi il pubblico per il Fantastico e la Fantascienza è stato in calo negli ultimi decenni. Il genere YA è grandioso, YA ha un pubblico gigantesco, e la maggior parte dei contenuti è Fantastico e Fantascienza, quindi, se trovassimo un modo per superare il vuoto tra YA e Fantastico, allora, come scrittrice, [noi] autori di romanzi per adulti saremmo in una situazione migliore perché venderemmo più libri e ci sarebbero più lettori per comprarli. Ovviamente il grande problema è che YA è molto diverso ed è molto popolare proprio per la sua diversità dal Fantastico e dalla Fantascienza “tipica”, troviamo una diversità molto maggiore negli YA, non quanta dovremmo, ma troviamo molti più protagonisti femminili, non troviamo tanti personaggi di colore quanti dovremmo ma ne troviamo molti di più di quanti siano presenti nel Fantastico e nella Fantascienza per adulti, quindi i lettori che amano gli YA e li comprano come caramelle oggi sono i lettori che un giorno si sposteranno verso il fantasy epico e si domanderanno “Cos’hanno di speciale tutti questi uomini bianchi con il cappuccio?”, sono splendidi se ti piacciono, mi diverto a leggere questo tipo di romanzi anche io ogni tanto, ma mi piacerebbe vedere qualcosa di più, quando ti stanchi dell’uomo bianco con il cappuccio, su che tipo di contenuti ti sposti? Credo che questo sia la differenza e dove YA, Fantastico e Fantascienza per adulti facciano fatica a mescolarsi in questo momento.

SV: Entro la fine dell’anno è prevista l’uscita del tuo prossimo romanzo, The Fifth Season. Personalmente non vedo l’ora di leggerlo, puoi dare qualche anticipazione?

NKJ: Posso dirti che è di fatto un fantasy apocalittico, non lo definirei post apocalittico perché questo è un mondo dove l’apocalisse succede piuttosto spesso. La storia racconta di una donna… non ho ancora scritto la presentazione del romanzo, avrei dovuto ma… questo è un mondo dove eventi sismici, terremoti, vulcani, sono piuttosto frequenti e sono spesso abbastanza gravi da provocare inverni vulcanici, sai cosa sono?

SV: Intendi le polveri e i gas che coprono tutto il territorio circostante?

NKJ: Sì, ci sono stati esempi nella nostra storia di eruzioni vulcaniche che hanno portato a periodi di un anno, o dieci anni senza un’estate, inverni lunghi un decennio e così via, quando questo succede di solito è un solo vulcano molto grande che esplode da qualche parte, ma in questo mondo, molto più attivo da un punto di vista sismico, queste cose succedono spesso, ogni qualche centinaio d’anni arriva un periodo lungo diversi anni in cui è solamente inverno, niente luce solare, non cresce nulla, quindi in questa società hanno imparato a prepararsi per questo tipo di disastri. Ma la cosa che temono maggiormente non sono questi anni di inverno e da “fine del mondo”, dai quali si possono riprendere, esiste una categoria di persone dotate di poteri magici, anche se non uso mai la parola magia nella storia, in grado di utilizzare una forma di magia sismica, possono fermare terremoti, fermare eruzioni vulcaniche. Penseresti che questi siano poteri molto utili, e lo sono quando si è nel mezzo di un eruzione o di un terremoto, ma possono anche provocare terremoti, che può essere un problema se non ti piacciono i terremoti, possono provocare eruzioni vulcaniche, e se non vuoi avere a che fare con eruzioni vulcaniche è meglio non avere niente a che fare con queste persone. Quando si scoprono persone con queste abilità vengono uccise o schiavizzate, forzate in una società dove sono addestrati a usare i loro poteri per il bene delle persone, l’alternativa è la morte. La storia parla di una donna che ha questa abilità, a dire il vero è una storia complessa, ma tutto ruota intorno al fatto che lei sta vivendo una vita normale nascosta tra persone normali, è sposata, sistemata, è un’insegnante di scuola, ha due bambini, e torna a casa un giorno e scopre che suo figlio è stato ucciso, scopre che è stato suo marito a ucciderlo e che ha rapito la loro figlia più grande, di circa dieci anni, e quindi li insegue, rivuole sua figlia, vuole sapere perché suo marito ha ucciso il figlio, vuole vendetta e durante tutto questo… il mondo è finito di nuovo. Questa volta è la fine del mondo peggiore che ci sia mai stata, si è aperta una frattura enorme lungo tutto il continente, dividendolo a metà e l’inverno che seguirà durerà centinaia, forse migliaia di anni. È letteralmente la fine del mondo, anche un mondo preparato come questo è in grado di sopravvivere per cinque o dieci anni senza luce solare, nessuno è pronto a farlo per un periodo così lungo.

SV: Ultima domanda, perché ti ho trattenuto fin troppo (ride): fai parte di un gruppo di scrittura, Altered Fluid. Hai partecipato ad altri gruppi di scrittura oltre questo? Quando hai cominciato a far parte di questo tipo di gruppi? E come ti hanno aiutato a migliorare come scrittrice?

NKJ: Sono stata in diversi, The Brawlers, The Secret Cabal, e adesso sono parte di Altered Fluid. Facevo parte dei Brawlers quando vivevo a Boston, The Secret Cabal si trova qui a New York, come Altered Fluid, infatti ero parte di entrambi per un certo periodo fino a quando non mi sono resa conto che non avevo il tempo per entrambi, avevo il tempo appena per un gruppo di scrittura. Trovo che siano incredibilmente utili, assolutamente necessari, qualsiasi cosa che io pubblichi passa prima per i gruppi di scrittura perché tante volte mi è difficile capire cosa non va nei miei racconti, li sento troppo vicini, sono troppo legata e troppo emotiva verso di loro, è di grande aiuto avere occhi più distaccati pronti a leggerli, perché posso mettere tutta la passione necessaria da sola, dai miei amici scrittori mi serve il distacco. Mi diranno se c’è qualche messaggio che sto cercando di far passare che non ha senso, o se devo farlo in un altro modo, mi suggeriscono modi per sistemare quello che è sbagliato, qualche volta suggeriscono titoli, trame e altro ancora. Credo che i gruppi di scrittura siano fondamentali per ogni scrittore.

SV: Grazie per il tuo tempo, guarisci presto.

NKJ: Grazie a te, è stato divertente.

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