Intervista a Vanni Santoni

Questa intervista a Vanni Santoni doveva essere fatta di persona a Roma, magari davanti a un bel bicchiere, ma poi gli impegni hanno fatto slittare l’appuntamento, e poiché non avevamo certezze che la sua prossima gita a Roma avesse lasciato il tempo per recuperare l’appuntamento mancato, abbiamo scelto di affidarci alla tecnologia e a Skype. Ne è saltata fuori una chiacchierata di circa un’ora, in una tranquilla domenica sera di ottobre, in cui si è parlato di Terra Ignota, ovviamente, ma anche di tante altre cose.

spoilers

Come la dottoressa River Song (nella foto) mi impone di ricordarvi, alcuni passaggi dell’intervista potrebbero rivelare più di quello che vorreste sapere, se non avete letto il libro. Vi invito quindi a leggere responsabilmente e se per caso non volete correre rischi, fareste meglio a non andare oltre. Se non avete di questi timori, allora…

Vanni Santoni

Sergio Vivaldi: La prima domanda riguarda Vevisa. In Terra Ignota 1 il suo rapimento è l’incidente che causa la partenza di Ailis e di Breu. Avevi annunciato che nel secondo libro avresti dato molto più spazio a lei come personaggio, e già nel primo libro preannunciavi un grande cambiamento in lei nella scena in cui compare per salvare proprio Ailis e Breu. Avevi pensato fin da subito a farla diventare una sorta di dark queen oppure l’idea è nata dopo?

Vanni Santoni: La cosa era programmata fin dall’inizio. L’idea era di fare ciò che non è riuscito a fare – davvero solo per colpe sue perché le premesse erano state gettate in modo eccellente – Kishimoto in Naruto. Naruto era un fumetto per preadolescenti, infantile quanto vuoi, che però nel suo ambito partiva con delle ottime premesse, mi ricordo bene un’intervista dello stesso Kishimoto in cui diceva qualcosa tipo: “Ero un grande fan di Dragon Ball, però mi stava sulle scatole che tutto alla fine diventasse una gara a chi tirava la bolla di energia più forte”, ecco inizialmente Naruto pareva davvero aver imparato dagli errori di Toriyama, e poi ha fatto la stessa cosa…

SV: EsattoVanni Santoni

VS: … Anzi, pure peggio, dato che oltre a essere diventato a sua volta una gara di bolle, è pure diventato illeggibile, con lo scontro tra i due rivali posticipato al punto che ormai, anche se ci fosse, non fregherebbe più niente a nessuno. L’idea dei due amici rivali che poi vanno a diventare antagonisti viene dunque da lì, oltre che dai Guts e Griffith di Berserk, caso simile di opera rovinata dalla serialità troppo prolungata. Prima di queste opere, l’archetipo eroe/antagonista era più un discorso edipico, concentrato sul dualismo padre e figlio, penso a Luke e Darth Vader per fare l’esempio più famoso, ma se vogliamo anche Conan il barbaro e Thulsa Doom, che non è esattamente una figura paterna, ma di fatto lo diventa in quanto oltre che figura carismatica è l’assassino della madre, è colui che lo mette in schiavitù, colui che gli pone davanti delle prove da superare. Di fatto, visto anche che suo padre è stato sbranato dai cani, la figura paterna da superare, per Conan, è Thulsa Doom. Sto parlando del Conan cinematografico, non quello letterario, come sappiamo quello letterario ha diversi antagonisti, però secondo me Milius, anche nel suo essere destrorso se vogliamo, ha raggiunto una sublimazione del personaggio anche più efficace di quella dello stesso Howard.

Quindi sì, Vevisa era programmata fin dall’inizio per diventare l’antagonista di Ailis, ciò che magari non era previsto dall’inizio era che prendesse così tanto spazio. Alcuni dei giornalisti che hanno letto Terra ignota 2 – Le figlie del rito in anteprima hanno detto che la protagonista di questo romanzo è quasi più lei che Ailis, il che si sposa anche bene con la copertina nera che hanno realizzato in Mondadori. Mi piaceva anche questa idea di una scalata al potere rapidissima, chissà forse sono stato anche influenzato dalla cronaca Vanni Santonipolitica italiana recente… L’idea di utilizzare ogni possibile risultato solo come gradino per arrivare ancora sopra… Era interessante, anche perché nasconde un problema concettuale, specialmente per chi arriva in cima velocemente: e ora, con tutto questo potere, che ci faccio?

Vevisa si muove velocemente, ma è pensata per essere così, simili casi di ascese brucianti capitano anche nel mondo reale, specialmente quando qualcuno si fa portatore di un nuovo approccio, di un nuovo codice di comportamento, buono o cattivo che sia, che prende gli altri alla sprovvista. Di fatto Vevisa, rispetto ai cavalieri del Cerchio d’Acciaio, è portatrice di un pensiero quasi moderno, e questo prende in controtempo le strutture del potere esistenti che non sanno bene come reagire e questo spiega la rapidità della sua ascesa.

SV: Sono d’accordo con chi ha detto che Vevisa è la protagonista di questo romanzo, Ailis rimane molto in secondo piano. Dopo il primo, una delle domande che mi sono posto, e non sono stato l’unico, è stata: cosa farà Ailis dopo? Adesso ha ottenuto la sua vendetta, ha ammazzato l’assassino della sua famiglia, cosa c’è nel suo futuro? Prenderà un ruolo più importante all’interno della lotta, accanto Lorlei e arriverà a combattere contro l’impero oppure…? Invece tu all’inizio la metti in una foresta a rimpiangere Val, che è forse la reazione più umana.

VS: A me piace molto giocare fra realismo e “irrealismo”, cosa che viene bene col fantastico. A volte i mondi fantastici sono “tarati sugli eroi” in un modo che davvero piega il tessuto della realtà; il quarto capitolo del primo Terra ignota, in cui è Val a portare la fiaccola, o meglio in quel caso il Ramo (d’Oro), è emblematico di tale situazione. Quando l’ho scritto, ho pensato proprio: “ma se questo mondo concepito per personaggi di rango eroico lo affrontasse un tizio normale? Cosa succederebbe?”

In quel caso, succede che la foresta magica di Broceliande, non è più uno scenario fantasy: per un uomo comune diventa uno scenario horror.

Ugualmente qui in Terra ignota 2, rispetto alla figura di Ailis, il problema che mi sono posto è: “Può qualcuno sprovvisto di determinate categorie culturali, spirituali, anche politiche se vogliamo, interpretare realisticamente e adeguatamente il ruolo di una divinità?” Ovvero, stante che Ailis è “una contadinotta”, come le viene pure detto da qualcuno, e contadinotta rimane, perché, anche se ha una formazione magica e guerresca, ha un carattere che tende a escludere la possibilità di avere anche un altro tipo di cultura, di interessarsi a essa. Questo fa sì che lei cerchi sempre di sfuggire a questo ruolo messianico in cui l’autore, malefico, la vuole costringere. Di fatto mi son trovato con Vevisa che via via mirava in modo pragmatico e organizzatissimo al raggiungimento di tutta una serie di obiettivi, e con Ailis che si trovava a essere quella più trascinata dagli eventi, tanto che in Terra ignota 2 fa determinate scelte rassegnandosi al fatto che il destino lo esige da lei, non perché veramente lo vuole.

Ci sono anche delle ragioni temporali: se gli eventi del romanzo fossero andati avanti ancora per dieci, quindici anni, magari ci vanni santonisarebbe stato spazio per uno sviluppo interiore, una presa di coscienza di ordine diverso. Ailis questa possibilità non ce l’ha proprio, infatti, quando in Terra ignota 2 Ailis va a ristabilire il proprio legame con il Cromcruac e ha una sorta di esperienza psichedelica, tanto intensa che potrebbe arrivare a essere pienamente mistica, tant’è che per scriverla mi sono rifatto a pezzi come Confessioni estatiche di Martin Buber o Come per lucido specchio di Hildegard von Bingen, ciò non avviene perché ella non ha le categorie per fare tale salto. Avendo Ailis un orizzonte filosofico piuttosto limitato, non può mettere molto a frutto un’esperienza di picco, perché essendo essa un amplificatore, un moltiplicatore, se il punto di partenza concettuale è limitato, allora essa aumenterà solo la forza interiore – e in un mondo fantasy magari anche il potere magico – ma non molto altro.

SV: A questo proposito, mi viene in mente che nel libro, mentre Ailis cerca il posto adatto per entrare in comunione col serpente, a un certo punto il narratore dice, “e questa è forse la prima riflessione filosofica della sua vita”.

VS: Senz’altro. È una scelta di poetica e di trama. Ti faccio un esempio banalissimo, prendendo un altro messia famoso, Gesù Cristo: bene, quando Gesù va nel tempio da bambino, sa già le cose, ovvero fra i suoi attributi divini vi è la cosiddetta scienza infusa, quindi esiste proprio una intera tradizione messianica che al messia assegna anche delle caratteristiche intellettuali date a priori.

Non è questo il nostro caso perché il primo romanzo di Terra ignota nasce come Bildungsroman, è un romanzo di formazione e perché un romanzo di formazione sia interessante il protagonista non deve sapere troppe cose in partenza, altrimenti non c’è niente da formare… Anche Lorlei, che tra le figlie del rito è certamente la più preparata, è il prodotto di lunghi studi. Allo stesso modo Vevisa ricava parte del suo potere dallo studio dei materiali presenti al Palazzo-Cattedrale. Di fatto, come dice il mio amico Vincenzo Marasco, sociologo e editor delle bozze, con cui ho sempre tenuto un dialogo aperto su questi aspetti del romanzo, “Terra Ignota 2 è un libro che parla di come ci si rapporta all’idea di essere un messia”, e quindi le varie figlie del rito rappresentano una diversa declinazione del rapporto col potere nel momento in cui scopri che “il potere” sei tu.

SV: Parlando del carattere delle ragazze, mentre lavoravo a una traccia per queste domande riflettevo che sono molto diverse tra loro e mostrano alcune caratteristiche spesso associate con l’elemento che incarnano. Ailis è particolarmente testarda, Lorlei è molto più riflessiva, qualità di solito associata all’acqua, mentre Brigid è una specie di tempesta che si scatena ovunque e Morigan cambia umore ogni trenta secondi. Sono costruite veramente in modo da formare quattro sezioni di un cerchio in modo che poi tutto combaci alla fine. Anche questa era una cosa molto interessante.

VS: Ti ringrazio, questo è voluto e ricercato, l’obiettivo era proprio di far sì che ognuna avesse delle caratteristiche proprie dell’elemento di cui è incarnazione, senza però essere troppo aderenti, perché poi il rischio è altrimenti l’eccesso di cliché, ci devono essere anche delle scollature, che vengono loro dal lato umano che comunque hanno. Alcuni inizialmente pensavano, e io ne ero contento, che la ragazza del fuoco fosse Brigid, per il suo scatenarsi improvvisamente, per la sua capacità di infiammarsi, però Brigid non si infiammava, era più una sorta di stato di agitazione…

SV: …Era una tempesta costante, non una infiammazione istantanea.

VS: Esatto. Chiaramente anche qui c’è un gioco di deduzione su tutta una serie di archetipi che fanno parte specialmente della nostra generazione. L’altro giorno il mio amico e collega Simone Sarasso, con cui a volte ci facciamo le revisioni a vicenda, citava Voltron, uno dei tanti esempi dell’animazione giapponese in cui si hanno quattro o cinque personaggi, o robot, o piloti, ognuno dei quali rappresenta un elemento o un archetipo legato a un qualunque tipo di sistema simbolico, che poi possono unirsi – piena Gestalt – per ottenere un qualcosa di più potente delle singole parti.

vanni santoni

Francesco Sforza, capitano di ventura e poi Duca di Milano

Per le figlie del rito ho anche cercato di trovare un equilibrio tra quello che era il loro elemento, il loro carattere umano, e quello che poteva venir loro dalla loro formazione, cercando una chiave realistica. Esempio banale: Brigid è una persona che, essendo cresciuta in una scuola per gladiatori, considera il diventare capo di una forte compagnia di mercenari la massima declinazione del potere attuabile per lei, però la storia ci insegna che essere un capitano di ventura non è proprio il massimo a cui si può aspirare. Questo dipende dalla sua formazione. Viceversa l’eccesso di riflessività può far sì che, quando si costruisce un piano troppo strutturato e poi le cose non vanno come si vorrebbe, si finisce per fare la scelta più brusca. Di fatto, in Terra ignota 2, la persona che fa la scelta più brusca è proprio Lorlei, e probabilmente lo fa perché nel suo orizzonte perfettamente razionale le basta non vedere per un attimo una via d’uscita calcolabile per ritrovarsi a fare scelte avventate.

SV: Una cosa che ho apprezzato molto, ne hai parlato anche nell’intervista comparsa su Carmilla, è il modo in cui hai chiuso le vicende qui. Fare un libro di transizione e chiudere tutto in un terzo libro avrebbe comportato così tanti cliché che non so se sarei riuscito leggerlo.

VS: Il modo in cui è strutturato il finale di Terra ignota 2, senza anticipare niente, riconduce proprio al discorso del realismo all’interno del fantastico, perché se è vero che il fantastico permette di spaziare quanto si vuole, quando poi c’è da stringere, bisogna mantenere i parametri che si sono fissati. È un’esigenza che ho visto tante di quelle volte delusa, in fumetti, cartoni, libri e quant’altro, che per una volta ci ho pensato io a farla rispettare ai personaggi.

SV: Infatti. Mi è capitato di recensire libri che andavano incontro proprio a questi problemi e non sono riuscito a fare recensioni positive.

VS: Questo è uno degli aspetti che nel fantastico, specialmente nell’action fantasy, è importante scegliere come declinare.

Da un lato c’è una questione importante, che viene dall’epica classica: ci sono gli eroi e i non eroi, e il non eroe, rispetto all’eroe, è destinato alla sconfitta, punto. Se si prendono cento troiani e li si manda contro Achille, si ottengono centro troiani morti, mentre se mandi Ettore, ok, muore anche Ettore, però non si sa mai, poteva pure vincere lui, di certo è l’unico che può impensierire il più forte vanni santonidegli achei. Ugualmente, se si prendono cento crestazza in moto e li si manda contro Kenshiro, che fine faranno? Lo sappiamo: tantissime teste esplose.

Dall’altro lato, è anche vero che se si fissano determinati livelli di potenza nel corso della storia, e in Terra ignota sono ben chiaramente fissati, non è plausibile che accadano determinate cose. Ad esempio, abbiamo visto che se le nostre figlie del rito si prendono una freccia, se la prendono come ce la prenderemmo noi; magari essendo persone toste e educate al combattimento vanno avanti con questa freccia conficcata mentre io sverrei o mi butterei a terra a implorare pietà, magari hanno pure una capacità di recupero e sopportazione sovrumana, benissimo, ma se abbiamo deciso che sono vulnerabili alle ferite, allora la freccia le ferirà. Allora un nugolo di frecce sarà un problema anche per loro, e così una lancia conficcata nel costato o una spadata che arriva a segno. Infatti, come si vede leggendo, quando Ailis e Brigid si trovano a scontrarsi contro il Cerchio d’Acciaio al completo, quei cavalieri non sono un crostino facile da masticare… Penso che questo equilibrio permetta di rendere anche tutta la faccenda più godibile, perché spesso nell’action fantasy, di tutte le declinazioni, a volte diventa frustrante quando l’eroe è così invincibile che tutto ciò che fa diventa di fatto routine, e si becca giusto la feritina scenica per rialzare un po’ la tensione.

Un altro giornalista mi ha detto: “Però con tutti questi personaggi così ben caratterizzati potevi farci più pagine, potevi far succedere più cose.” È vero, si sarebbero potuti fare facilmente anche quattro o cinque libri, uno per ogni figlia del rito, però, proprio perché io sono stato un grosso fruitore di narrativa popolare in vari medium, nella quale spesso c’era davvero un eccesso di filler, un problema di continui “annacquamenti”, mi piaceva l’idea di portare molto rapidamente gli eventi verso le situazioni cruciali, senza perdere tempo in cose secondarie.

In Terra ignota 2 c’è un “momento Kenshiro”, che è volutissimo e anche importante a livello strutturale, quando Ailis torna al Villaggio Alto, lo trova occupato dai cavalieri del Cerchio d’Acciaio, e ne massacra quattro o cinque in un attimo. Questa cosa serve innanzitutto perché il primo Terra ignota era molto più giocato sul terreno della fiaba, era strutturato in base a tutti quei punti narrativi nodali definiti da Propp in Morfologia della fiaba, uno dei quali è il cosiddetto “ritorno con l’elisir”, perché il Bildungsroman di tipo fiabesco prevede sempre che, dopo aver fatto un percorso iniziatico e aver ricevuto un dono a seguito di varie peripezie, l’eroe Vanni Santonitorni al luogo della sua normalità, tendenzialmente al villaggio natale, ed eserciti questo potere. Questa cosa è molto importante nella fiaba, e di fatto è un contenuto archetipico che si ritrova anche nel Signore degli anelli, non nel film perché non è hollywoodiana come cosa, una “codina” del genere infatti non porta avanti la narrazione, ma nel libro invece sappiamo bene che Merry e Pippin dopo la Guerra dell’Anello tornano alla Contea, vi trovano un Saruman ormai spogliato di potere, reincarnato in una figura patetica e un po’ grottesca, Sharky, e la liberano sgominando questo nuovo cattivo “in scala ridotta”. Qualcuno, specialmente se abituato ad altre narrazioni più recenti, potrebbe chiedersi “duh, hanno salvato il mondo e ci racconti di come salvano la Contea?”. E invece sì, quella è proprio l’applicazione della funzione fiabesca del ritorno con l’elisir. Anche Ailis doveva avere questo momento.

Certo, poi c’entra anche il fatto che la parte di me che si diverte mentre scrive trovava che Ailis adesso era così forte, che ci dovevamo togliere la soddisfazione almeno di un piccolo momento in cui vederla a pieno potere contro esseri normali, insomma, vedere ragazzine che spaccano teste di cavalieri neri a mani nude è sempre divertente, però non bisogna dilungarsi troppo perché altrimenti diventa davvero “giocare facile”.

SV: Sono assolutamente d’accordo con te. Diventa anche patetico quando ci si dilunga troppo, e non si può pensare che questi soldati siano un problema per lei. Un’altra cosa che hai cambiato dal primo al secondo è la lingua. Insisti molto sui nomi, sui titoli, è più anticata, forse più tipica di un fantasy classico rispetto al primo, dove era più semplice.

VS: Questa cosa dei titoli, dei nomi rituali, nel primo era in embrione, nel secondo è decisamente e volutamente insistita, specialmente in tutti i vari dibattiti al Palazzo-Cattedrale che ci sono nella parte di Vevisa.

Il fatto è che nel primo romanzo come detto troviamo elementi non solo di fiaba, ma anche – e lo possiamo dire senza vergogna dato che era una scelta deliberata – infantili, che venivano dai manga shonen più per piccoli, come per esempio Dragonball o I Cavalieri dello Zodiaco. Non dimentichiamo che sono sì grandi narrazioni, ma progettate anzitutto per un pubblico che va dai 10 ai 14 anni. C’erano nel primo romanzo dei dialoghi volutamente puerili, per esempio le famose scene in cui Ailis diceva “sei cattivo” a gente che stava ben oltre la mera “cattiveria”… In questi momenti c’era proprio un abbassamento della lingua in modo da stare in un territorio a mezzo tra la fiaba e la narrazione per ragazzi, che però era necessario anche perché c’era una sovrapposizione mimetica tra ciò che accadeva e l’età della protagonista: il primo Terra ignota è narrato dal punto di vista di Ailis, che era inizialmente una bambina di 11 anni e mezzo, a fine libro di 14 anni e mezzo, quindi presa nella preadolescenza, e che pur essendo una preadolescente in grado di prendere a mazzate un bel po’ di gente, era pure abbastanza infantile per la sua età.

Vanni Santoni

La punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti…

In Terra ignota 2 – Le figlie del rito, questo fatto decade, perché i protagonisti sono adulti e hanno responsabilità più adulte, ormai nessuno può più nascondersi, c’è in ballo il destino di un mondo. Inoltre la figura e la vicenda di Vevisa sposta molto più verso il nero, verso le fosche tinte, il taglio del romanzo. Non penso che Terra ignota 2 possa essere definito appieno “un libro a fosche tinte”, perché è comunque scritto con una certa leggerezza e con un certo divertimento da narrativa popolare, tuttavia i lati più infantili decadono. Voglio dire, tra le ispirazioni dirette ci sono opere come Dune, ma anche come Lolita

Tolta la fiaba, rimane l’impianto di base, quello del romanzo cavalleresco, anch’esso meno “leggero”: per molti versi si può dire che si passi dall’ariostesco del primo romanzo all’arturiano pieno. Penso che una cosa divertente di Terra ignota 2 sia proprio il modo in cui, benché i cavalieri del Cerchio d’Acciaio siano dei mostri e degli assassini – non è un mistero, ho detto già nelle interviste intorno al primo volume che mi sono ispirato anche alle SS per inventarmi quest’ordine di cavalieri malvagi –, sono anche delle persone che, in buona fede, credono nel valore di una serie di regolamenti, comportamenti ed elementi simbolici e rituali, rispetto ai quali il pragmatismo di Vevisa è davvero una bomba che fa deflagrare tutto ciò in cui loro hanno creduto fino a quel momento.

SV: Ultima domanda. Negli anni passati avevi parlato spesso del fantastico in Italia, di quella che era stata l’eredità di Tolkien, della sua influenza positiva e negativa. In questi 2-3 anni in cui hai visto forse più da vicino il panorama del fantastico italiano, cosa pensi sia cambiato? Si diceva che il fantastico in Italia era molto legato a una tradizione tolkeniana, che c’era una proposta di autori fin troppo giovani che non riuscivano a costruire un romanzo in maniera completa e coerente. Pensi sia cambiato qualcosa in questi anni, ci sia stato un miglioramento della produzione fantastica italiana?

VS: Credo sia importante provare, chiaramente è un esercizio che andrebbe fatto molto più avanti nel tempo, a stabilire le responsabilità. Quello che era successo al fantasy italiano negli anni zero era una cosa che aveva per lo più delle responsabilità di ordine editoriale e non autoriale.

Il fantasy italiano quasi non esisteva, esistevano degli autori che faticosamente facevano i loro fantasy più o meno post-tolkeniani con una visibilità minima, e poi c’era la famosa linea del fantastico intellettuale, quello speculativo, più filosofico e letterario, che passa da Calvino, Buzzati, Gandolfi, Manganelli, e che oggi, per esempio, trova una declinazione in alcuni dei lavori di Michele Mari. Ma il fantasy popolare italiano era quasi inesistente.

In tale contesto ci fu il ritorno del fantasy come territorio per proficue imprese editoriali e commerciali, grazie ai film del Signore degli anelli, grazie a Harry Potter, grazie alla crescente diffusione dei videogiochi, in cui gli scenari fantasy hanno sempre avuto una Vanni Santonipresenza forte. In concomitanza con questo ritorno ci fu il caso Licia Troisi, la quale ebbe da subito, e da molto giovane, un notevole successo commerciale. Gli editori italiani guardarono subito al lato più esteriore del fenomeno, pensando qualcosa come “Ah ecco! Quello che funziona è fantasy fatto da gente molto giovane!”. Cominciarono quindi a lanciare nella mischia tutta una serie di ragazzi, si arrivò a mandare in stampa romanzi scritti da gente di tredici anni – per carità anche solo per aver scritto un romanzo a tredici anni erano di certo fenomeni, però non si può pretendere che una persona di tredici anni, per quanto dotata, sia in grado di tenere le fila di un romanzo o addirittura di una serie di romanzi. Ne risultò una saturazione del mercato con tantissimi titoli di qualità mediocre quando non proprio abietta, e questo ebbe un effetto negativo anche sul dibattito sul fantasy e sulla critica, perché chiaramente dopo un po’ i lettori cominciarono a sentirsi presi in giro, e ad arrabbiarsi di conseguenza – e aggiungerei giustamente. In tale contesto nacquero tutti quei blog che stroncavano qualunque cosa gli passasse sottomano, per me non era solo trolling come hanno detto alcuni: credo che fosse anche un sintomo della frustrazione del lettore italiano di fantasy.

Detto questo, se si prova a fare un’analisi storica, è pur vero che mancano i punti di riferimento e non posso biasimare troppo l’autore o l’autrice under-20 che a pagina due fa apparire un elfo e con tale gesto di fatto mi dice: “Come, che cos’è un elfo? Lo sai già perché hai visto i film del Signore degli anelli”. La letteratura è un flusso continuo, sempre, e non si fanno le cose dal nulla, le cose si rielaborano, e in Italia erano mancate delle grandi figure di riferimento di fantastico popolare. Il popolare d’avventura aveva avuto un grande esponente in Salgari, che però si occupava di pirati e non di elfi, magari se oggi si fa un libro di pirati, come peraltro ha fatto Evangelisti, ci sono cose a cui appoggiarsi, ma sul fantastico era molto più difficile, di fantastico italiano popolare c’è davvero poco. Fabrizio Foni, studioso di fantastico popolare, sostiene che in realtà c’era perché La Domenica del Corriere pubblicava racconti fantastici però questi racconti fantastici chi li ha letti? Soltanto l’esperto va a ricercarsi queste antologie, queste retrospettive, altrimenti davvero non sono accessibili, quindi si è teso a riappoggiarsi a Tolkien.

Dall’altra parte però, finita questa fase più “derivativa”, sono usciti anche libri validi, e al tempo stesso i parametri, e con essi un po’ anche i pregiudizi, hanno iniziato a saltare sempre più rapidamente. Ad esempio, su Nuovi Argomenti, la rivista che fu fondata eVanni Santoni diretta da Pasolini e Moravia, c’è stata una bella recensione a Terra ignota, un libro fantasy! Era qualcosa che non era mai accaduto. Magari è accaduto perché Terra ignota, con la sua natura di pastiche, è sì narrativa popolare ma ha anche una linea di lettura più “alta”. Tuttavia, è accaduto. Il prossimo numero della stessa Nuovi Argomenti sarà dedicato alla fantascienza… Mi sembra, quindi, che ora, se non altro, stiano decadendo dei pregiudizi e si stia cominciando ad affrontare la questione con un po’ più di obiettività senza fare per forza divisioni tra genere e non genere o ragionamenti del tipo “fantastico = per ragazzi”, e questo è un passo avanti, poi per fare un giudizio qualitativo su interi blocchi di opere o addirittura periodi, penso che si debba aspettare ancora cinque o sei anni, se non dieci, e poi tornare a guardare le cose in prospettiva.

SV: Probabilmente la situazione è ancora in divenire, io stesso guardo quello che viene pubblicato in Italia e quello che viene pubblicato fuori ma non viene portato in Italia, chiaramente è impossibile leggere tutto, però vedo che le reazioni spesso sono molto diverse, anche su autori estremamente importanti. Per esempio Lauren Beukes, Il Saggiatore portò in Italia lo scorso novembre The Shining Girls, in Inghilterra uscì nell’estate precedente e fu ai primissimi posti delle classifiche per tutta l’estate quando in Italia c’era Hosseini con E l’eco rispose. Non conosco i dati di vendita di quel libro, però è passato abbastanza sotto silenzio. È il primo esempio che mi viene in mente, perché è forse il più recente e clamoroso, ma si potrebbero citare tutti i libri di Gaiman che escono e vengono recensiti solo sui soliti blog e siti, un creativo del livello di Gaiman viene praticamente snobbato da chiunque in Italia. Probabilmente è necessario aspettare e vedere come verranno recuperati certi autori italiani però è interessante come ci sia già stato forse un piccolo sdoganamento, come dicevi tu prima, questo passaggio, una rottura di queste barriere tra fantastico solo per ragazzi e non fantastico per adulti.

VS: Avrai visto che sulla quarta di copertina di Terra ignota 2 sono stati riportati alcuni strilli da determinati media. Sono stati riportati anche perché finora era davvero inusuale che testate come TuttoLibri della Stampa, Repubblica, Ansa o RAI Letteratura, parlassero di un libro fantasy: la cosa era già un evento di per sé.

Poi la cattiva luce sotto cui è stato per anni il fantasy in Italia ha anche ragioni ideologiche. Sia per la direzione in cui stava andando la critica letteraria marxista italiana, che escludeva il fantastico, sia per il fatto, ben noto, che negli anni ’70 l’estrema destra aveva cercato di appropriarsi di Tolkien, del Signore degli anelli… Pensa, in America era invece stato preso dagli hippy, anche perché, insomma, parla di un gruppo multietnico, anzi multirazziale, che va contro un nero signore degli eserciti, non mi sembra proprio una cosa fascista, a meno che non si stia dalla parte di Sauron. Oggi le ideologie sono crollate da tempo, e questo si riflette forse anche in una maggiore accettabilità del fantasy, e della letteratura “di genere” in generale. Va detto anche che il fantasy oggi è così transmediale e così pervasivo che va a finire che anche il tizio che legge soltanto Sebald e Bolaño e magari dice “non leggo fantasy” poi la sera si mette sul divano e guarda Il trono di spade

SV: Grazie della disponibilità.

VS: Grazie a te. È stato un piacere.

2 Risposte a Intervista a Vanni Santoni

  1. Daniele Piovani 20/11/2014 alle 16:00 #

    Ne sa a pacchi questa intervista!

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  1. un’intervista su Portal of Dreams ~ #TerraIgnota2 | sarmizegetusa - 20/11/2014

    […] che Sergio Vivaldi di Portal of Dreams mi ha fatto un’ampia intervista intorno a Terra ignota 2 – Le figlie del […]

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