A pietre rovesciate di Mauro Tetti

A pietre rovesciateDa qualche parte nell’isola c’è un paese chiamato Nur, dove il passato si mischia alla leggenda e ogni gesto è il pretesto per una storia. Giana e il suo innamorato le ascoltano dalle labbra dell’anziana Dora: storie di desiderio e di maledizione, di antiche pietre e ricchezze nascoste.
Giana ascolta e fantastica, immagina di essere lei stessa la protagonista di una fiaba. Mette alla prova il suo giovane innamorato, gli chiede di attraversare Nur per prenderle un pugno d’ombra dal campanile o una folata di maestrale.
Ma fuori c’è la feroce realtà del paese, dove non esistono cavalieri e gli orchi hanno sembianze di uomini.

A pietre rovesciate è una fiaba intrisa della magia di un’isola in cui avviene il miracolo della creazione, la culla di tutte le cose viventi: uomini, donne, piante, animali e maureddini. E nel racconto di nonna Dora il lettore apprende tutte le leggende che circondano l’isola, dalla creazione, appunto, alle regine Nora che si susseguono, brutte “come il debito”, avare e spilorce, e di una regina odiata e amata, respinta e desiderata, di cui s’innamorarono adulti e bambini.
“Quando è nato il primo essere vivente, io ero lì, in attesa”, dice Morte nel Sandman di Neil Gaiman. “Quando l’ultimo essere vivente morirà, il mio lavoro sarà finito”. Gaiman racconta la vita attraverso Morte, come racconta Francesca Matteoni. Morte è l’opposto della vita ma allo stesso tempo ne è una compnente inscindibile e Mauro Tetti compie qui il percorso inverso di Gaiman, raccontando la morte e il dolore di chi rimane attraverso la vita. La morte è il lato oscuro e straziante di questa storia.
Ogni storia, ogni aneddoto di nonna Dora e ogni memoria del narratore parla di magia e meraviglie, ma racconta la catastrofe emotiva di un’isola il cui sviluppo ha portato conseguenze tragiche, di come la regina pietrificata Maria Nora Ernestina Defenza Porcu sia ancora ricordata per la sua avarizia e onorata con gli sputi dei passanti. Di come Cristina Passio di Nur, abbandonata per pochi denari dal suo amore, sceglie di sposare la luna invece che l’uomo a cui il padre l’aveva promessa. Di Giana e della vitalità di un gruppo di bambini che abitano l’isola imparando a temere il sole e il vento. Degli scherzi con cui Giana invita l’innamorato a portarle ombra o vento o sole e gli sforzi immensi e infruttuosi per soddisfare le richieste della ragazza. Di Lucia Rabbiosa, la persona più odiosa e odiata di Nur, che piange ancora oggi dai suoi occhi cechi il proprio amore, spesso sulla tomba sbagliata perché incapace di trovarla. Del boxeur in cerca della scrofa in catene d’oro e della gallina che custodisce il tesoro per conto del demonio. Del terribile segreto di Eliseo noto Trattore, in vita marito di nonna Dora.
La realtà è visibile dall’esterno di Nur, con quel cartello grandissimo che dice Welcome tutto sforacchiato dai proiettili. Con gli ammassi di elettrodomestici abbandonati trasformati in nido per gatti e topi. Con i tetti di amianto che fanno da sedili ai bambini, con le macchine costose comprate con i soldi della droga. All’interno di Nur la realtà è nascosta tra le pieghe dell’illusione, come un qualcosa che è facile dimenticare dentro il ricordo, ma presente ai margini del campo visivo.
E poi, ovviamente, ci sono gli orchi. Orchi che talvolta hanno la meglio sulle ragazzine innocenti e piene di sogni. E non è un caso se la storia si chiude qui, se con l’orco vincitore si torna alla realtà, perché per tutto il libro si percepisce una lotta tra narratore e realtà, una volontà di coprire il dolore con le risate e la spensieratezza dell’infanzia, una lotta destinata a essere vana ogni volta che la memoria si sofferma su Giana, “quella che è morta”. Ma in fondo, cosa sono le fiabe se non ferite che la memoria cerca di cicatrizzare?

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