Recensione: Il mezzo re di Joe Abercrombie

il mezzo reYarvi non aveva mai pensato che sarebbe potuto salire al trono. Nato con una mano deforme è inadatto al combattimento e, nel disprezzo del padre, il re del Gettland, il suo destino è diventare uno dei “ministranti”, l’ordine di potenti sacerdoti consiglieri della corona. Ma, proprio la notte che precede l’ultimo esame, Yarvi e la sua maestra, Madre Gundring, sono raggiunti dalla notizia: il padre e il fratello di Yarvi sono morti, uccisi in un agguato ordito da Grom-gil-Gorm, sovrano del Vansterland, regno confinante e nemico. Adesso il re è lui. O mezzo re, per lo meno. Ma la sua vendetta dovrà essere intera. Spinto anche dal volere della madre, la bella e inflessibile Laithlin, Yarvi giura che farà giustizia contro gli assassini di padre e fratello e parte per Vansterland, pronto a dare battaglia. Ma subito cade vittima di un’imboscata e, salvatosi miracolosamente in mare, viene portato al mercato degli schiavi. Qui viene venduto per prestare servizio sulla nave capitanata da Shadikshirram, mercantessa dal cuore nero e la lingua affilata. Solo, nel mare ghiacciato, spogliato del suo lignaggio e incapace di reggere un’ascia o uno scudo, Yarvi potrà contare su una squadra di compagni improbabili e su un’unica vera arma: la sua mente. Basterà per ritornare a casa e portare a compimento la sua vendetta?

Commento:

Abercrombie non è un nome nuovo per i lettori di questo blog, come non lo è il suo tentativo di innovare il genere, di modificarlo e spingerlo verso nuove strade. Era questo a rendermi curioso di Il mezzo re. Come sarebbe riuscito a innovare lo Young Adults? È un genere aperto in apparenza ma rigido su alcuni aspetti che non sempre si sposano con il suo stile. In particolare, come avrebbe combinato la sua narrazione ricca di sangue e violenza, con un genere rivolto a una fascia “protetta” di lettori? Cimentarsi in uno YA poteva essere la sua consacrazione, la dimostrazione che è uno scrittore completo e non si limita a buttare secchiate di sangue sulla pagina. O poteva essere la sua rovina.

La trama è all’apparenza banale: in un mondo violento e bellicoso, dove il valore degli uomini si misura sul campo di battaglia, un principe nasce menomato, privo delle dita di una mano. Allontanato, isolato, schernito, viene indirizzato verso un ruolo femminile, quello dei ministranti: consiglieri, saggi e tuttologi al servizio del re. Il suo destino sarà servire il fratello nell’ombra, per non arrecare ulteriore vergogna alla famiglia. Tutto cambia quando padre e fratello vengono uccisi durante una razzia. E cambia ancora quando lui, appena salito al trono, si ritrova tradito e schiavo rematore su un mercantile.

Meno sangue e meno teatralità nella sua rappresentazione rispetto ai lavori per adulti, ma in misura maggiore rispetto a quanto si è abituati a vedere in uno YA, e se l’esperienza della prima trilogia è valida anche qui, la sua presenza aumenterà. I termini scurrili sono invece ridotti al minimo, con l’effetto di evidenziare determinati stati d’animo. Rimangono le uniche concessioni al genere, il mondo in cui si muove il protagonista è cinico e crudele, basato su ruoli sociali sia di genere sia di gerarchia molto netti, nei quali lui non riesce a riconoscersi. E proprio questo ne rende interessante la psicologia: re legittimo di un regno che non vuole avere, si impone di fare ciò che va fatto, ovvero riconquistare il trono, ma inconsciamente l’obiettivo rimane farsi accettare, essere considerato una persona normale.

Quando si parla di YA il paragone ovvio è Hunger Games, uno dei pochi a meritare il successo virale che ha vissuto. Se parliamo di durezza, cinismo e spietatezza, questo romanzo non ha nulla da invidiare al lavoro di Suzanne Collins, anzi, gli è superiore in alcuni punti. Entrambe le opere si basano su personaggi particolarmente riusciti, ma se Katniss combatte per la propria famiglia, Yarvi combatte per e contro se stesso e le sue menomazioni fisiche e psicologiche.

É questa particolarità a rendere Yarvi unico in Abercrombie: la violenza è il marchio distintivo dei suoi personaggi, ma è sempre uno strumento per ottenere qualcosa di esterno, spesso materiale. Qui il processo è contrario, la violenza di Yarvi è funzionale al riaffermare il proprio ruolo come persona, e questo è possibile solo usando la sua intelligenza e le sue conoscenze, il suo addestramento in un ruolo femminile, che invece di umiliarlo lo rende forte. Saranno le situazioni a renderlo determinato abbastanza per prendere decisioni, correre rischi e coinvolgere i nuovi amici nelle sue imprese.

Il worldbuilding è ben curato, tutta l’azione si svolge in un’ambientazione vichinga, un grande territorio unito dall’alleanza di piccoli regni, guidati dal Gran Re, sovrano del maggiore di questi e primo tra uguali. Accanto al potere politico si posizionano i ministranti, rappresentanti della pace e della saggezza, laddove i re sono rappresentazione della guerra e delle conquiste.

Altro punto a favore di questo romanzo, e di rottura con la tradizione del genere, è la conclusione. Il percorso di crescita da ragazzo a uomo si completa alla fine del libro, il lettore non viene lasciato in un limbo, a domandarsi come uscirà il protagonista da situazioni intricate. La domanda con cui si rimane riguarda piuttosto le nuove responsabilità di cui dovrà farsi carico Yarvi. Inoltre, la storia procede a ritmo sostenuto e alle domande narrative più banali viene data una risposta già alla fine di questo primo volume. Non è detto che queste risposte siano quelle definitive, mancano ancora due libri per completare la trilogia, ma finire un romanzo senza porsi le solite domande è cosa rara e va sottolineata.

L’identità di Abercrombie, la sua impronta, è ben visibile per tutta la narrazione, sia per il cinismo della società sia per l’umorismo nero che lo caratterizza. Ha deciso di cimentarsi in un genere per lui nuovo, cercando di mantenere la sua identità e le sue tematiche, e vi riesce perfettamente. I personaggi bucano ancora le pagine e anche quando viene concesso loro poco spazio sono ben rappresentati: non importa quanto a lungo rimangono in scena, riescono comunque a sorprendere. Per comprendere appieno le novità portate allo YA è forse necessario attendere i prossimi episodi, e del resto è stato così anche per la sua prima trilogia, La prima legge. Per il momento si può dire che l’operazione YA è stata un successo, e sono state poste le basi per un’ottima serie.

1 riposte a Recensione: Il mezzo re di Joe Abercrombie

  1. Jeb77 02/06/2016 alle 22:01 #

    Odio il Gettland, odio i suoi abitanti, la loro religione, il loro modo di ragionare e sopratutto odio madre gundam o come si chiama quella vecchia megera, sul serio non riesco a credere che la mente che ha partorito San Dan Glotka e Logen Novedita si sia abbassata a questo livello, non bastasse la trama prevedibile e i personaggi privi di carisma è peggiorato persino lo stile di scrittura, ha perso quella scintilla di follia e genialità che ti teneva incollato alle pagine, sono veramente deluso, aspettero che finisca questa trilogia sperando in un ritorno al vecchio stile.

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