Recensione: Il signore della torre di A. Ryan

Dopo anni di prigionia nell’Impero Alpirano, Vaelin al Sorna è tornato nel Regno. Non è più il guerriero al servizio della Fede che era un tempo: ha deciso di abbandonare l’Ordine a cui apparteneva e ora la sua spada è avvolta in un fagotto di tela, per non essere più usata.

Ma anche il Regno è cambiato: sul ruolo che fu del cospiratore e guerrafondaio Janus, ora siede suo figlio Malcius, intenzionato a costruire palazzi, strade e ponti, e anche più tollerante verso i diversi orientamenti religiosi; nel frattempo sua sorella, la principessa Lyrna, sta andando a stipulare una pace con i selvaggi Lonak.

Il re nomina Vaelin Signore della Torre delle Lande Settentrionali e lo invia a nord per governare quelle terre. Ma nel frattempo una nuova minaccia sta sorgendo, un’invasione pianificata da lungo tempo da una forza al di là dell’oceano, intenzionata a spazzar via il Regno. E per fronteggiarla, Vaelin, guidato dal canto del sangue, il dono magico che gli scorre nelle vene, sarà costretto dopo molto tempo a rimettere mano alla spada.

Commento:

Il signore della torre è il secondo titolo della serie L’ombra del corvo lanciata in Italia nel 2013 con Il canto del sangue. Il romanzo si divide in quattro diverse trame, ognuna con un punto di vista dedicato. Il primo è Vaelin, al suo ritorno nel Regno dopo anni di prigionia nell’Impero Alpirano, un rientro volutamente anonimo perché Vaelin intende partire, con il permesso del re, alla ricerca di fratello Frentis, convinto che sia ancora vivo. Al suo sbarco Vaelin scopre anche come è cambiato il regno sotto la guida di re Malcius, figlio di re Janus e responsabile della guerra che è costata la sua prigionia. Malcius è diverso dal padre, non pensa a guerre e complotti ma a costruire strade e palazzi e a creare un periodo di pace, aprendo a tutti gli altri culti e ridimensionando il ruolo della Fede e dell’Ordine. Nonostante il tentativo di passare inosservato, Vaelin viene notato e sulle sue tracce si mette Reva, figlia del Veralama da lui ucciso. Reva è stata allevata e addestrata con il preciso scopo di ucciderlo, ma il tentativo si rivela un fallimento, e la ragazza si trova a viaggiare con Vaelin in attesa di un’altra occasione. Inoltre, più importante della vendetta personale è recuperare la spada del Veralama, e solo Vaelin sa dove si trova. Una volta giunto nella capitale, il re accoglie Vaelin ma gli impedisce di partire alla ricerca di Frentis, certo della sua morte, e gli conferisce la carica di governatore delle Lande Settentrionali e Signore della Torre del Nord.

Ma il re si sbaglia: Frentis non è morto in battaglia, è stato catturato e trasportato nell’Impero Volariano, dove vive come schiavo fino a quando non viene soggiogato da una donna il cui unico scopo è distruggere il Regno grazie ai poteri del Buio. Ultimo punto di vista è la principessa Lyrna, uno dei personaggi principali nel primo episodio che vediamo inizialmente impegnata in una missione diplomatica con il popolo Lomak.

L’autore sembra riprendere la struttura del precedente romanzo iniziando la narrazione da una cornice, o quella che dovrebbe essere una cornice, ma in realtà si rivela essere un quinto punto di vista e l’inizio dei numerosissimi problemi di questo libro. Ne Il canto del sangue si partiva dal resoconto dello storico Veniers, incaricato di scrivere la storia di Vaelin al Sorna, l’assassino di Speranza, permettendo di introdurre le considerazioni dello storico sulla persona di Vaelin mentre la narrazione si concentrava su eventi passati. L’espediente aveva il pregio di incuriosire il lettore e di trascinarlo dentro la storia. Qui Veniers è uno schiavo, intento a redigere le gesta del suo padrone nella guerra contro il Regno, ma gli eventi narrati, pur scritti in corsivo e in prima persona, sono in realtà frammenti di una guerra alla quale gli altri protagonisti arriveranno solo a fine volume. La mancanza di continuità temporale disorienta, invitando a fermarsi per capire invece di proseguire la lettura.

Siamo solo all’inizio: la prima parte è lenta, priva di ritmo, l’autore si perde in dettagli inutili, inizia sottotrame scollegate dalla trama principale il cui unico scopo è dare informazioni non necessarie, fini a sé stesse e prive di utilità all’interno della narrazione, sul mondo o su alcuni aspetti della società. Inoltre, l’autore suppone che il lettore ricordi troppi particolari del primo libro, personaggi apparsi per poche pagine, episodi pressoché ininfluenti nel contesto generale, e riempie la prima parte di rimandi a nomi ed eventi privi di significato per chiunque non abbia appena finito di leggere Il canto del sangue, riuscendo a generare altra confusione.

Conclusioni:

Il canto del sangue aveva segnato il promettente esordio di Anthony Ryan, un lavoro ottimo in un contesto molto difficile come il fantasy epico in cui molto è già stato prodotto e dove è inevitabile confrontarsi con i cliché del genere. Nonostante qualche difetto, era un romanzo scorrevole e godibile, un risultato notevole per uno scrittore all’esordio, ed era lecito avere aspettative elevate per questo seguito. Ma Il signore della torre è una vera delusione. Le uniche note positive sono l’aggiunta di due punti di vista femminili, non straordinari ma trattati piuttosto bene in relazione al resto, e il crescendo finale, durante il quale Ryan torna allo stile dell’esordio. Le note negative sono tante ma quella più evidente è la mancanza di ritmo e l’incoerenza nella struttura tra i primi due volumi e un finale che dovrebbe preparare all’atto conclusivo ma il cui unico risultato è apparire ridicolo e ingiustificato. Forse le aspettative erano troppo elevate, forse sono troppo critico nei confronti di un sottogenere molto inflazionato, sicuramente non userò il mio tempo futuro per leggere nuovi capitoli di questa saga.

I comment sono chiusi.

Designed by arosedesign