Recensione: Tutti gli altri di F. Matteoni

Tutti gli altriCome si torna a se stessi? Per frammenti, incontri, con le storie degli altri; l’io narrante del libro cerca di ricompattare la terra della sua infanzia mentre se ne affranca, imparando ad accettare i vivi e i morti, riconoscerli per quello che sono.

Attraverso una geografia sentimentale che va dall’Appennino toscano all’Inghilterra, attraverso nature umane estreme e i compagni animali, ciò che tiene insieme il racconto è lo sguardo della protagonista, meravigliato dalle sofferenze come dall’amore e infine da un’idea pervicace di giustizia che tra loro si fa strada.

Commento:

Una bambina racconta una favola alla cugina, più o meno coetanea e con poca voglia di dormire, ma il burattino di legno che ne è protagonista fa una brutta fine: mentre è nel campo a seppellire le sue monete d’oro incontra i suoi assassini e finisce impiccato a un ramo di quercia. Siamo a pagina due.

Una bambina si siede sui gradini di marmo del portone di casa mentre gioca con un bambino. Con quel gesto, uccide un formicone. Non resta che seppellirlo, usando una mattonella rotta come lapide, con fiori “minuscoli” da spargere sulla tomba in una giornata di sole e due bambini “concentrati come gli adulti”. Siamo a pagina quattro.

Le immagini si susseguono, come in un album di vecchie foto, pochi particolari ma essenziali, significativi, e attraverso di questi conosciamo la persona al centro dell’obiettivo, la voce narrante. È una presenza che invade la scena e che conosciamo grazie alle sue azioni e reazioni con le persone che entrano nella sua vita, a volte per rimanervi a lungo, altre per un fugace momento, e grazie ai commenti a posteriori, quelli che la voce adulta inserisce tra le righe.

I ricordi d’infanzia, belli e brutti, si alternano con semplicità, ma a dominare è un senso di ribellione, il rifiuto per quel mondo dei grandi, siano essi bulli adolescenti o adulti insensibili, che la bambina disprezza.

Le persone nella stanza non avevano più volto. Le disprezzavo, tutte. Disprezzavo il fatto che non sapessero ciò che mi scuoteva, che sorridessero, che fossero sostanzialmente indifferenti al destino del gatto, preoccupati in primo luogo di bersi il caffè. Non volevo, in alcun modo, mai, essere loro.

La voce narrante ricorda, ricostruisce pazientemente situazioni e sensazioni, cerca i motivi delle scelte fatte, della ribellione sfociata negli anni adolescenziali in un desiderio di fuga dal luogo di origine. Ma sotto questo desiderio, esplicito nel testo, si percepisce il desiderio di prendersi cura dei propri affetti, nonostante i dissapori familiari, amori maledetti dalla droga, amici fraterni, e la volontà di imparare e di costruire un futuro, a volte lontano, altre vicino.

Tutti gli altri è un viaggio interiore, alla ricerca di se, lo si potrebbe definire un riepilogo della propria esistenza, per capire dove e come si è arrivati in questo momento della propria vita. E non è un caso che si inizi con un burattino impiccato a un ramo di quercia, se le prime esperienze della bambina siano legate alla morte, di come gli adulti cerchino di nascondere la morte e di non farla mai vedere ai più giovani. Ogni vita tocca altre vite nel suo percorso, quando i legami fra due vite sono forti, confrontarsi con la perdita per accettarla è un passo fondamentale. Ritenerla, come fa il narratore, “un’inestirpabile violenza naturale che è spurgo necessario e materia del vivo” non rende il processo più semplice, ma la verità, sia essa letteraria o reale, non lo è mai. È un racconto leggero solo in apparenza ma che scava nel profondo, un viaggio attraverso le esperienze di una vita, che si conclude solo con la piena consapevolezza di se stessi, dopo aver attraversato gli Appennini, la Finlandia, Londra e infine il ritorno a casa, per fare i conti con il passato e chiudere un cerchio.

Conclusioni:

Tutti gli altri è un libro brevissimo, neanche cento pagine, eppure al suo interno troviamo una persona ricostruita attraverso mille immagini, in un caleidoscopio di colori che variano dal verde sgargiante dei boschi e dei parchi al nero delle giornate peggiori, quelle in cui non si appartiene a nessun luogo. È una favola, e non mancano le creature magiche, elfi e divinità pagane in particolare, a giustificare questa definizione. Io preferisco definirla una storia quasi vera, un percorso di crescita che si completa con il ricordo ma anche grazie al ricordo, un libro da leggere con calma per poi tornarvi di nuovo.

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