Recensione: Vita di Tara di Graham Joyce

Dopo il pranzo di Natale Peter Martin riceve una telefonata concitata dal padre che gli chiede di raggiungerlo subito perché qualcosa di sorprendente è accaduto alla loro famiglia. Al suo arrivo Peter ritrova Tara, la sorella adolescente scomparsa misteriosamente vent’anni prima.

Cosa le è accaduto? E dove è stata in questi lunghi anni? La storia di Tara ha dell’incredibile: ha conosciuto uno straniero nella foresta degli Outwoods ed è stata con lui per mesi in un… mondo parallelo. Per la sua famiglia è impossibile crederle, ovviamente, eppure il corpo di Tara non è invecchiato affatto nonostante siano passati vent’anni. L’unico che sembra essere dalla sua parte è il suo primo amore, Richie, ma un uomo misterioso la pedina tentando in tutti i modi di impedirle di avvicinarsi a lui.

Spetterà allora allo psichiatra, il dottor Underwood, scoprire quali segreti nasconde la mente di Tara e riportare così ai Martin la ragazzina che avevano perduto.

Commento:

Vita di Tara parte da un pretesto, il rapimento, in questo caso sarebbe giusto parlare di allontanamento volontario, di una ragazzina per seguire esseri magici in un mondo parallelo, magico e distaccato sul piano temporale da quello umano. La tradizione folkloristica anglosassone è piena di questo tipo di racconti, esistono migliaia di favole in cui fate, elfi o simili agiscono in questo modo. Né questo pretesto è particolarmente innovativo nella narrativa moderna: Poul Anderson nel 1954 pubblica La spada spezzata, quattro anni prima, nel 1950, C. S. Lewis pubblica Il leone, la strega e l’armadio, libro primo de Le cronache di Narna.

Per questo motivo, credo, Vita di Tara non parla di Tara. Prendendo in mano il libro ci si aspetterebbe un racconto in terza persona e Tara unico punto di vista, o forse l’utilizzo della prima persona, come avviene quando racconta la sua avventura con le creature magiche. Altri capitoli sono scritti con uno stile asciutto e professionale, i resoconti personali di uno psicologo. In questa varietà di stili e lessico, il narratore è onnisciente ed esterno, come nelle favole, e stigmatizzato come inaffidabile.

“Io ce l’ho una storia da raccontare, e benché abbia dovuto immaginarne delle parti significative, per come l’ho vista io, è andata così.” (Pag. 1)

È un tentativo di mettere in dubbio la veridicità del racconto, e non un caso isolato. Una volta tornata a casa la sua famiglia chiede alla protagonista cosa ha fatto per tutti questi anni, senza mai far sapere nulla. Nessuno crede alla sua storia, e Tara non si aspetta di essere creduta:

“…quando ti dirò la verità, poi dovrò andarmene di nuovo. Non scherzo. Dovrò andare via. Non crederai neanche a una parola, mi odierai ancora di più e a me non resterà altro da fare che lasciarvi”. (Pag. 47)

La famiglia propone alla ragazza di vedere uno psicologo, il dottor Underwood, e lei accetta, convinta di poter dimostrare di non essere pazza. Con questo espediente Graham Joyce decostruisce il resoconto di Tara: lo psicologo è convinto di trovarsi davanti a un caso molto complicato di perdita della memoria, con ogni probabilità dovuto a un trauma, e, nel contesto delle sue analisi, lo psicologo farà riferimento ai racconti folkloristici e alle loro caratteristiche, attribuendo significati simbolici ai vari avvenimenti nel tentativo di spiegare in modo razionale l’assurdità della storia della protagonista. Le deduzioni del medico sono legate alla vita della protagonista prima della sua scomparsa, alla sua famiglia e al suo ex fidanzato Richie e alle loro relazioni. Inoltre, ogni capitolo inizia con citazioni da favole, racconti o resoconti di processi reali a uomini e donne convinti di aver incontrato creature magiche. Questi incipit hanno l’effetto di rafforzare i dubbi del lettore, minando l’affidabilità del narratore e di Tara.

Altri elementi spingono il lettore ad accettare l’assurdo: Tara porta sempre occhiali scuri, infastidita dalla luce del mondo reale, la cucina di Richie è infestata dai topi e lei esegue un incantesimo per liberarlo dalla loro presenza, e nella stessa occasione gli mostra alcuni accordi a lui, chitarrista di talento, sconosciuti, lei stessa sembra avere un odore diverso, non umano, e molto altro ancora. Ma questi sono dettagli quasi insignificanti in confronto alla consapevolezza di essere stata seguita da uno degli esseri fatati, più forte e agile di qualsiasi umano, con conoscenze della magie più profonde di lei e molto pericoloso perché innamorato di Tara e arrabbiato per la decisione della ragazza di abbandonare il suo mondo per tornare tra gli umani.

Ovviamente, il ritorno di Tara dopo vent’anni di assenza, quando ormai tutti avevano rinunciato all’idea di ritrovarla, ha l’effetto di una bomba. I suoi genitori sono invecchiati, vivono un’esistenza tranquilla fatta di routine e piccole manie, il fratello Peter si è sposato e ha quattro figli. Anche per Richie è cambiato tutto: fidanzato con Tara vent’anni prima, è stato sospettato da tutti di omicidio. Il mancato ritrovamento del corpo non è servito a cambiare l’opinione generale e l’intera vicenda ha portato alla rottura nei rapporti con Peter, all’epoca suo miglior amico, e i genitori di lui, per i quali era come un figlio. Richie si guadagna da vivere con la musica, anche se non è mai riuscito a sfondare, mentre Peter, oggi fabbro molto abile a ferrare i cavalli, era il batterista della band che tentavano di organizzare da adolescenti.  Tara col tempo si era unita ai due amici, pur senza suonare o partecipare agli eccessi dei due ragazzi.

La famiglia non è l’unica a essere disorientata dal ritorno: Tara ha delle aspettative, non pensa di essere creduta, ma cerca le persone che ha lasciato quando è andata via, persone oggi cambiate dagli anni e dal dolore per la perdita ma non per lei, invecchiata di soli sei mesi. Ma anche lei è cresciuta in questo breve periodo, ha visto e conosciuto cose oltre immaginazione e si ritrova in conflitto con le sue stesse memorie, e sarà difficile per lei adattarsi alla nuova situazione.

Ultimo aspetto, gli elfi. Non sono il prototipo di creatura magica, niente orecchie a punta e bellezza ultraterrena, o alette scintillanti da fata dei boschi. Sono molto simili agli uomini, si nutrono solo di frutta, i loro incantesimi ricordano le fattucchiere medievali, eseguono combattimenti rituali e hanno una sessualità insaziabile che non discrimina sul sesso e sul numero dei partner coinvolti né si preoccupa di trovarsi in un luogo pubblico. Non il vostro tipico elfo.

Conclusione:

Graham Joyce è un grandissimo scrittore, sebbene poco conosciuto in Italia, e non è nuovo al tema delle relazioni familiari. Nei suoi lavori usa spesso elementi sovrannaturali per provocare una crisi nei rapporti tra persone reali, caratteristica che ha fatto guadagnare a molti suoi libri l’etichetta di realismo magico. In un certo senso, Vita di Tara presenta gli stessi temi e con le stesse modalità, anche se qui gli elementi fiabeschi sono molto più marcati rispetto ad altre sue opere. Il romanzo ha due grandi punti di forza: la scrittura di Joyce, meravigliosa per stile e scorrevolezza, e i suoi personaggi secondari, davvero ben costruiti e sviluppati. Ho accennato qui a Richie e Peter, appena nominato i genitori e mai nominato i figli di Peter e sua moglie Genevieve. Sono tutti straordinari, in particolare la sottotrama che ha come protagonista il figlio di Peter, Jack, e non c’è spazio per spendere una parola su tutti loro. Sono vivi, sono reali, sono persone. La nota negativa è Tara. Se confrontato con gli altri, la protagonista rimane più statica, salvo stravolgere tutto nel finale con una conclusione prevedibile e costruita su basi scontate. O forse la conclusione è così prevedibile e scontata perché il narratore, sconosciuto e inaffidabile, impedisce al lettore di comprendere le vere ragioni. Nel complesso, un romanzo apprezzabile, nonostante la conclusione, non il migliore di Graham Joyce ma una lettura piacevole e leggera in grado di proporre qualche spunto di riflessione sulla natura dei rapporti familiari.

I comment sono chiusi.

Designed by arosedesign